Daniele De Rossi è solo l’ultimo ad aver ceduto al suo fascino senza tempo. Il Boca Juniors non è solo una squadra, è una religione: ha una sua linea di bare, disponibile per i tifosi morti, e un proprio cimitero ufficiale. E la Bombonera, più che un semplice stadio, ne è il tempio, ribollente.

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Da un punto di vista strettamente calcistico, esistono certo impianti più ‘vincenti’, ma ben pochi rappresentano una simile sintesi fra gloria sportiva, identificazione e passione popolare, e fascino.

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Inaugurato nel 1940 (il 25 maggio, data chiave nella storia dell’indipendenza argentina) l’Estadio ‘Alberto José Armando’ è ormai da tempo il cuore pulsante del quartiere de La Boca, e a oggi, dopo varie ristrutturazioni, ha una capienza complessiva di oltre 57mila posti, di cui 49mila a sedere. Il nome attuale risale a tempi recenti, nel 2002: prima di allora, era l’Estadio ‘Camilo Cichero’, a memoria di un altro dei presidenti del Boca.

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Il soprannome con cui è celebre è invece dovuto al commento di uno dei progettisti che, una volta terminato l’impianto, lo paragonò a una scatola di cioccolatini, bombones, che aveva ricevuto in regalo il giorno dell’inaugurazione.

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Tuttavia, proprio l’inusuale forma con una delle gradinate costruita in verticale fa avere allo stadio un effetto acustico eccellente, che molto ha influito (insieme alle dimensioni del campo da gioco, che sono il minimo richiesto dalla Fifa) nella costruzione del mito de La Doce, una delle curve più famose del mondo. Doce, cioè 12, il dodicesimo uomo in campo.

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Acustica che è molto apprezzata, ovviamente, anche per i concerti: James Blunt, Elton John, i Bee Gees sono solo alcuni dei nomi più noti che si sono esibiti alla Bombonera. E Lenny Kravitz, che ci ha suonato nel 2005, ha lasciato esposta nel museo dello stadio la chitarra gialloblu che si fece costruire per l’occasione.



A tal proposito, il Museo de la pasión boquense, aperto nel 2001 sotto la presidenza di Mauricio Macri, è certamente un luogo da visitare. Pure De Rossi, appena atterrato a Buenos Aires accolto da qualche centinaia di tifosi, è stato subito condotto allo stadio, e poi al museo. Che sorge, per la verità, all’interno della Bombonera stessa, e narra la storia del Boca dalla fondazione (nel 1905) al giorno d’oggi.

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C’è la bacheca dei trofei vinti (fra cui 33 campionati nazionali, 6 coppe Libertadores e 3 intercontinentali), una ricca hall of fame, e le statue di alcuni dei calciatori più importanti della storia del club. Diego Armando Maradona è l’unico ad avere, oltre che una statua, un murale dedicato.

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Per la verità, el Diez ha fatto vedere il meglio delle sue magie con casacche diverse da quella azul y oro (che ha indossato a inizio, e fine carriera), ma tanto onore si spiega sia per la sua fede boquense, sia ovviamente per quello che è stato per tutto il calcio argentino, e mondiale.


Fra le altre, vi sono le statue di Juan Román Riquelme, Guillermo Barros Schelotto e Angel Rojas, oltre che ovviamente quella (gigante) di Martín Palermo, primatista di presenze e gol in maglia Boca, che è stata inaugurata nel 2011. Tante, poi, sono state le partite leggendarie disputate all’interno dello stadio, anche se non da parte della nazionale argentina.

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Infatti, soprattutto dopo le ristrutturazioni compiute per il Mondiale del 1978, l’Afa (la federazione calcio argentina) ha quasi sempre optato per far giocare l’albiceleste al Monumental, lo stadio degli arci-rivali di sempre, il River Plate, più grande, moderno e logisticamente funzionale rispetto alla Bombonera.

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Tuttavia, basti pensare che gran parte del mito del Superclásico è legato alla Bombonera, e non al Monumental. Nella memoria dei tifosi del Boca probabilmente uno dei ricordi più dolci è quello del 24 maggio del 2000, una delle annate più gloriose nella storia del club. Si giocava la semifinale di ritorno della Coppa Libertadores, e all’andata il River aveva vinto 2 a 1.

tifosi bombonera stadio boca juniors la 12 Doce


A tredici minuti dal termine, col Boca avanti uno a zero, e il River ancora pienamente in partita, l’allenatore Carlos Bianchi (l’unico mister ad avere una statua dedicata nel museo) fa entrare Martín Palermo, reduce da mesi difficili dopo la rottura del ginocchio. Il centravanti segnerà la rete del definitivo tre a zero, il Boca vincerà la Coppa e, a dicembre, sarà campione del mondo fra i club battendo uno dei Real Madrid più forti di sempre.


Ma questa è solo una delle tante storie che si potrebbero raccontare sulla storia di un impianto leggendario, le cui gradinate vertiginosamente ripide danno l’impressione di “un inferno”, nelle parole soprattutto dei rivali, a cui spesso sono “tremate le gambe”. Anche per Hernán Crespo, strepitoso centravanti del River anni novanta, alla Bombonera “è la terra che trema, e non è un modo di dire”.

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