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E anche la Cina dà una mano all’Argentina. Altri 9 miliardi di dollari a difesa delle riserve


Il fabbisogno finanziario dell’Argentina necessario a scongiurare un default sembra aumentare ancora. Dopo l’innalzamento della linea di credito del Fondo monetario internazionale da 50 a 57,1 miliardi di dollari, il governo argentino chiede aiuto anche alla Cina. Buenos Aires e Pechino avrebbero quasi finalizzato un accordo per estendere di 9 miliardi il contratto di swap relativo al 2009 e già prorogato di 3 anni nel 2017.

Una cifra, dunque, più che doppia rispetto ai 4 miliardi di cui si vociferava inizialmente. Scopo dell’iniezione cinese è quello di sostenere le riserve valutarie della Banca centrale argentina, intaccate in buona parte negli ultimi mesi per difendere il cambio contro il sell-off ai danni del peso. La situazione non è ancora ai riparo da rischi improvvisi.

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La Banca centrale cinese

È entrato oggi in funzione il nuovo sistema di controllo del cambio del peso con cui la Banca centrale argentina intende riportare sotto controllo le fluttuazioni del dollaro, chiave per una normalizzazione del clima finanziario. Un’azione che verrà accompagnata da una frenata decisa all’emissione di valuta, elemento necessario per arginare l’inflazione e impedire che la moneta in eccesso possa scaricarsi in acquisti del biglietto verde. È lo stesso Guido Sandleris, nuovo presidente della Banca centrale, a illustrare previsioni e strategia di politica monetaria.


“Ogni volta che si mette in moto un nuovo schema c’è un periodo di transizione e adattamento del mercato”, ha spiegato, fissando in un paio di settimane la fase fisiologica di transizione. Da lunedì, l’autorità monetaria interverrà sul valore del cambio, ogni volta che il peso uscirà da una fascia compresa tra le 34 e le 44 unità per ogni dollaro scambiato.

Nel caso si dovesse superare il tetto massimo, la Banca centrale potrà in automatico vendere fino a 150 milioni di dollari al giorno per dare liquidità al mercato e prevenire oscillazioni ingiustificate. In caso di calo sotto la soglia minima di 34 pesos, si interverrà ritirando moneta internazionale per rimpinguare le riserve argentina.

Al tempo stesso, la banca non interverrà sul tasso di interesse, “che verrà rimesso alla domanda e offerta di pesos. Non si può controllare sia la quantità di un bene sia il suo prezzo. L’unica cosa che vogliamo fare è rendere chiara la quantità di solri che dobbiamo assorbire ogni giorno”. Sul fronte dell’altra grande emergenza, l’inflazione, Sandleris si è detto convinto che comincerà a scendere dai prossimi mesi, probabilmente già da ottobre.