Continua il braccio di ferro tra i principali sindacati e il governo. Lo sciopero generale previsto per lunedì 25 giugno è di quelli che paralizzano la città. Non ci saranno bus urbani ed extraurbani, treni, metropolitane. Chiusi anche gli sportelli bancari e niente lezioni nei vari gradi scolastici del sistema pubblico. Immaginare il disagio è facile considerando le centinaia di migliaia che dalle periferie e dai comuni del Conurbano si spostano verso i vari quartieri della Capital Federal. I numeri sono da megalopoli: tre milioni circa sono gli abitanti dei vari barrios porteños, attorno ai quali gravitano oltre 14 milioni di persone, circa un terzo della popolazione nazionale. Ad aggiungere caos al caos anche il paro dei lavoratori delle aziende di raccolta dei rifiuti. Uffici chiusi anche nel pubblico, tribunali compresi. Braccia incrociate nei porti e salta anche il rifornimento di carburante. Situazione difficile negli ospedali pubblici, nei quali vengono accettati solo i casi caratterizzati da urgenza.


Ci sono due parole che spaventano gli argentini che al mattino escono di casa per recarsi al lavoro, a scuole e università: paro e corte. Il paro è letteralmente lo sciopero: pararse, fermarsi. Quello che più di tutti crea disagio alla popolazione è lo sciopero del Subte, la metropolitana della capitale e talvolta capita di trovare una linea chiusa per uno sciopero ‘lampo’. Il corte, letteralmente taglio, è una iniziativa di lotta che con picchetti organizzati, che in alcuni casi sono durati giorni, chiude le principali vie di accesso alla città. Molto ambigua è la figura dei piqueteros, spesso ‘manovalanza’ a volto coperto disposta a tutto, anche a scontrarsi con la polizia e con chi legittimamente cheide il passo. I leader sindacali argentini sono figure molto lontane dai colleghi italiani. Sono in grado di mobilitare masse consistenti, fanno della sfida al governo una ragione di sopravvivenza delle proprie sigle e non si preoccupano della popolarità verso la classe media, infastidita dal loro peso politico ed economico.


Questo sciopero generale, peraltro, si inserisce anche uno scenario di competizione tra le varie sigle, tant’è che i sindacati e i partiti politici che si inquadrano a sinistra hanno ufficialmente sfidato la Cgt (la peronista Confederación General del Trabajo, il principale sindacato argentino) alla quale intendono sottrarre parte della regia e del successo mediatico invocando il blocco delle vie principali di accesso alla Capitale nonché all’esterno delle principali città del Paese, tra cui Córdoba e Rosario e nelle province settentrionali di Tucumán, Salta e Jujuy.


Le ragioni delle sciopero generale si inseriscono nel duro confronto con l’esecutivo guidato da Mauricio Macri protestando contro le sue politiche economiche. “Il governo ammetta il fallimento del suo programma economico e torni a trattare”, dichiarano dalle dirigenza della Cgt. Normali dinamiche? In parte. Perché, dopo il ricorso al Fondo monetario internazionale, la stagione di riforme è appena all’inizio. Nel 2019 si vota per le Presidenziali e il peso politico dei sindacati, Cgt in testa, è enorme. Buenos Aires si prepara a mesi di fuoco.