La compagnia petrolifera statale Ypf ha deciso di aumentare di un ulteriore 1 per cento il prezzo dei carburanti, dopo l’aumento del 4,5 per cento deciso solo due settimane fa. La decisione aumenta la pressione inflazionistica rispetto a un indice che ha già superato il tetto massimo stabilito come obiettivo dal governo (+32 per cento). Secondo Ypf la decisione sarebbe la naturale conseguenza dell’aumento, sempre dell’1 per cento, dei biocarburanti, deciso la scorsa settimana dal governo. I biocombustibili sono infatti una delle componenti principali contenute nelle benzine moderne. L’innalzamento dei prezzi della compagnia statale sarà prevedibilmente seguito dalle principali catene di distribuzione petrolifera private. Le aziende petrolifere sottolineano, comunque, come i prezzi alla vendita al dettaglio siano inferiori ai valori di mercato e che è stato sostanzialmente compiuto solo un adeguamento rispetto al prezzo dei biocarburanti.

L’indice dei prezzi ha fatto registrare nello scorso mese di luglio un aumento del 3,1 per cento che evidenzia le gravi difficoltà incontrate dall’esecutivo nella lotta all’inflazione. L’Istituto nazionale di statistica (Indec) ha certificato nel suo ultimo rapporto che l’aggregato dei primi sette mesi del 2018 assomma a un preoccupante 19,6 per cento. In particolare la ‘fiammata’ di luglio è imputabile specialmente all’incremento delle tariffe del trasporto pubblico (+5,2), degli aumenti nel settore del turismo (+5,1) e della manutenzione della casa (+4,2), aumento analogo a quello di cibo e bevande (+4). Tali componenti, sottolinea l’Istituto, pesano maggiormente sui nuclei familiari a basso reddito. Già nel mese di giugno l’inflazione aveva segnato la punta più alta da due anni, il 3,7 per cento, spinta dall’aumento dei combustibili.

Le previsioni sull’intero anno non sono pertanto confortanti, poiché disegnano un dato aggregato ben al di sopra del 32 per cento fissato come obiettivo dal governo nel memorandum di intesa sottoscritto con il Fondo monetario internazionale. Ciò si verifica soprattutto a causa del persistere di una forte pressione svalutativa nei confronti del dollaro: il peso argentino ha infatti quasi dimezzato il suo valore sul biglietto verde nel corso di quest’anno. Gli analisti inoltre sono in grado di prevedere quale potrà essere il livello di assestamento nonostante il massiccio supporto assicurato dalla Banca Centrale per fronteggiare la svalutazione. Soltanto negli ultimi giorni sono stati venduti quasi 900 milioni di dollari delle riserve ed è stato aumentato di 5 punti, dal 40 al 45 per cento, il tasso ufficiale di sconto. Gli sviluppi sono seguiti attentamente dalla missione del Fmi, giunta la scorsa settimana a Buenos Aires per verificare i dati del governo, sotto la direzione dell’economista italiano Roberto Cardarelli.