In Argentina scoppia il caso Techint, una grana in più per il governo, ma una occasione per applicare il suo credo peronista. La pandemia di coronavirus, effetto della contrazione del consumi e delle misure di stop delle attività produttive non essenziali, porta recessione. Nel caso dell’Argentina, invece, è crisi che si va a combinare a un preesistente quadro macroeconomico già interessato da due anni di rallentamento, inflazione e svalutazione della moneta nazionale.

Per il governo del paese sudamericano c’è un ulteriore effetto collaterale: i rapporti con i grandi gruppi industriali che rischiano di ritrovarsi conflittuali. Davanti a un calo consistente della produzione e un non ancora ben definito pacchetto di aiuti economici dello stato, la Techint di Paolo Rocca, cioè il gruppo più importante del paese, ha annunciato i primi licenziamenti. Un numero enorme se rapportato a un mercato del lavoro allo stremo, che ha chiuso il 2019 con un tasso di disoccupazione prossimo al 10 per cento.

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Techint ha difatti indicato in 1.450 le unità in esubero per il freno all’attività di una delle imprese del gruppo, la Techint Ingeniería y Construcción, tra le province di Buenos Aires, Tucumán e Neuquén. Una decisione contestata direttamente dal presidente, Alberto Fernández.

L’inquilino della Casa Rosada ha approfittato del messaggio alla nazione con cui annunciava il prolungamento della quarantena per lanciare una critica pesante a Paolo Rocca. “Hai guadagnato denaro tutta la vita, hai una fortuna che ti colloca tra i più ricchi del mondo. Fratello, stavolta collabora e fallo con quelli che hanno fatto grande la tua impresa, con i lavoratori”. Nessun nome nelle parole di Fernández, ma il riferimento, chiaro, è stato compreso.

Dopo, il presidente dettaglia la sua stoccata: quello di Techint “è uno dei casi che mi ha maggiormente colpito, non è il momento, è una enorme mancanza di solidarietà. Una società che mette ai margini non è una società, è una perversione”. “Che può succedere se per un mese (la durata finora prevista per la quarantena, ndr) una impresa lavora meno? Che guadagna un po’ meno”. Per Fernández “è un invito alla riflessione”, come spiegato in una intervista radio.

Il governo di Buenos Aires mostra di non voler cedere anche perché si tratta di un caso che ha fatto breccia nell’opinione pubblica, la stessa che si interroga sul suo presente e sul suo futuro. Economico e sanitario. L’emergenza sanitaria si lega inevitabilmente a quella economico-finanziaria del paese, dei singoli già rallentati da disoccupazione e perdita di potere d’acquisto dei salari.

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E l’idea dell’esecutivo è quella di non poter restare indifferente. Perché la decisione di Techint (ma vale per Fernández vale per tutte le imprese che decidono di sfoltire la propria forza lavoro in questo perdiodo) ha un valore forte nel sempreverde dibattito sul mercato, sulla sua libertà di fare e disfare nonostante il momento delicatissimo. Il significato è anche quello di tranquillizzare il popolo sulla ricaduta degli effetti dello stop sulla condizione dei cittadini, costretti a ‘sospendere’ la propria vita per ragioni di salute pubblica.

Di qui un primo intervento del ministro del Lavoro, Claudio Moroni, con la convocazione di impresa e sindacati per la procedura di conciliazione obbligatoria. Si cerca una soluzione che, in una fase di ansia e confusione come quella attuale, possa sottolineare un principio, lo stesso che vanno ricordando tutti i paesi interessati dall’emergenza. Quel nessuno si salva da solo che, nella logica che traspare dalle parole di Fernández, equivale a un nessuno deve essere lasciato solo in un confronto squilibrato in termini di forza.

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