I 10 punti dell’accordo tra Argentina e Fondo monetario internazionale


Il governo di Buenos Aires ha diffuso il programma economico alla base dell’accordo con il Fondo monetario internazionale, che prevede aiuti per 50 miliardi di dollari in tre anni, il più consistente della storia del Fondo. L’accordo è riassumibile in dieci punti, evidentemente influenzati, almeno nelle parti più generiche, dalle Presidenziali in agenda nel 2019.

Crescita – Il governo sta lavorando per una crescita pari allo 0,4 per cento in un quadro inflattivo del 27 per cento. Come viene sottolineato, “le aspettative di crescita si situano tra lo 0.4 e l’1,4 per cento”, ma il testo spiega che, per prudenza, l’esecutivo ritiene più probabile una crescita pari al minimo del range indicato. Fino a soli tre mesi fa, prima delle difficoltà cambiare col dollaro, le aspettative dell’esecutivo Macri erano di un +3,5 del Pil del 2018 con un tasso di inflazione pari al 15 per cento. Obiettivi ormai irragiungibili, ripiegando su una previsione di crescita del 2 per cento del Pil nel 2019.


Controllo dei cambi – Il governo si impegna a mantenere “un tipo di cambio flessibile e determinato per i mercati” nonché a limitare la vendita delle riserve internazionali in periodi di “evidenti disfunzioni del mercato”. Per la vendita di dollari la Banca centrale argentina introdurrà, a fine settembre, un meccanismo di subasta di divise.

Banca centrale – Entro marzo 2019 il governo si è impegnato a presentare al parlamento un progetto di legge finalizzato a garantire maggiore autonomia alla Banca centrale.

Inflazione – Con la premessa di un 2018 al ritmo del 27 per cento, il governo si impegna a ridurla al 17 per il 2019, quattro ulteriori punti in meno per il 2020, fino a raggiungere un tasso di inflazione del 9 per cento nel 2021.

Politica fiscale – Questo è uno degli impegni che più dividono le varie scuole di politica economica. Il governo Macri si è impegnato a ridurre il deficit primario al 2,7 per cento del Pil nel 2018, riducendolo ulteriormente all’1,4 nel 2019, fino allo zero del 2020. Anche in questo caso viene precisato che trattasi di cifre “prudenti” che prevedono riserve di spesa alle quali si farebbe ricorso “unicamente in caso di imprevisti”.


Tariffe e imposte – Compatibilmente a logiche di mercato, si continuerà nella riduzione dei sussidi a energia e trasporti (misura ‘popolare’ delle precedenti amministrazioni kirchneriste). Di conseguenza i consumatori passeranno dal pagare l’80 per cento medio del costo di produzione del gas al 90 nel 2020. Ciononostante il governo s’impegna a mantenere i piani di tariffe ridotte per i segmenti sociali più vulnerabili.

Opere pubbliche – Freno nella realizzazione di opere pubbliche. L’impegno dell’esecutivo è di non eseguire, o almeno posticipare, opere di infrastrutture secondarie del valore di 30 miliardi di dollari già previste per il 2018. Tuttavia, non saranno fermati i cantieri di quelle opere pubbliche “essenziali per aumentre la competitività”. Ricadute anche nelle opere cofinanziate pubblico-privato.

Pensioni e pubblico impiego – Buenos Aires s’impegna a migliorare il sistema pensionistico affinché sia “finanziariamente sostenibile e più equo”. Tuttavia, il testo non spiega se le riforme avranno a oggetto le pensioni speciali o il sistema in generale. Parallelamente, la spesa pubblica deve essere ridotta anche sul fronte della pubblica amministrazione: blocco delle assunzioni per due anni ed eliminazione di uffici e posizioni “ridondanti”.

Spesa sociale – Il programma concordato con il Fondo monetario internazionale prevede di “sostenere la spesa relativa all’assistenza sociale” e nell'”improbabile” caso di peggioramento della situazione macroeconomica viene assunto l’impegno di “destinare risorse aggiuntive”. Il piano include altresì una clausola di salvaguardia che permette, a tal fine, spesa pari allo 0,2 per cento del Pil.

Politiche di genere – Nell’accordo è incluso l’impegno a eliminare le distorsioni di genere che ancora caratterizzano il sistema economico argentino. Su questo la stampa ha raccontato il ‘siparietto’ tra la numero uno del Fmi, Christine Lagarde, e Nicolás Dujovne, il ministro dello Sviluppo economico, che ha sottolineato l’assenza di donne nell’equipe economico dell’esecutivo argentino.