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Crisi Argentina, chiuse oltre 18mila imprese in 4 anni. Peggio solo nel 2001


Negli ultimi quattro anni in Argentina quasi 20mila imprese hanno cessato l’attività, il dato peggiore dai tempi della crisi del 2001. È l’analisi, ripresa dal quotidiano Ambito Financiero, realizzata da Radar, società di consulenza economica con sede a Buenos Aires, su dati dell’Afip, l’amminsitrazione federale delle entrate pubbliche.

La chiusura di imprese è stata alta in tutti gli ultimi quattro anni, ma ha avuto una spinta sostenuta nel corso degli ultimi dodici mesi. Le ragioni vengono individuate nella caduta della domanda interna di beni e servizi per minore potere d’acquisto, nell’aumento dei costi di gestione, nella difficoltà di previsione del business.

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Negli ultimi diciotto anni, segnalano gli analisti, il mese di giugno del 2019 è stato il momento più nero, con il 2,7 per cento di imprese in meno nel tessuto economico-produttivo del paese, il tasso più elevato di chiusure dopo il noto scossone del 2001/2002. Situazione che – questa è la lettura proposta – non è destinata a cambiare nel breve termine: “Tutto indica che questa dinamica andrà avanti fino alla fine dell’anno, considerando che per alcuni settori come il commercio le prospettive sono negative.

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A pagare il costo della crisi sono principalmente le piccole e medie imprese, mentre le aziende di grandi dimensioni non registrano dinamiche rilevanti di in tal senso. Da giugno del 2015 a giugno del 2019, hanno chiuso 18.519 imprese fino a dieci dipendenti, cioè il 3,8 per cento del totale delle Pmi. Di imprese di medie dimensioni – tra 10 e 500 dipendenti – se ne sono perse 1.169, l’1,4 per cento.

A livello di settori produttivi, commercio, industria e agricoltura-allevamento sono i più colpiti. Il caso del commercio è il più legato alla caduta del potere d’acquisto, così come i servizi hanno risentito di una minore domanda effetto dell’aumento delle tariffe.

Nell’industria manifatturiera la chiusura di imprese è stata del 7,3 per cento, conseguenza della diminuzione dei consumi, dell’aumento delle tariffe, stretta del credito e aumento delle importazioni. Tra le imprese del manifatturiero a registrare maggiori indici di chiusura i produttori di abbigliamento, calzature, metalmeccanico e alimentare.

Un caso a parte è il settore legato alla terra. Nonostante l’aumento della produzione, difatti, la quantità di imprese è scesa del 6 per cento in quattro anni. Gli analisti di Radar attribuiscono il fenomeno a due ragioni: la cattiva salute dell’economia regionale e la concentrazione del settore nelle mani dei grandi produttori, più in grado di sopportare gli sbalzi macroeconomici.

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