Debito Argentina – “Non sarò il presidente del default, riattivate i negoziati”: secondo i retroscena questo sarebbe stato l’ordine del presidente, Alberto Fernández, al team incaricato di condurre i contatti con i creditori, guidato dal ministro dell’Economia, Martín Guzmán. Il debito dell’Argentina sottoposto a ristrutturazione, oltre 66 miliardi di dollari emessi sotto legislazione straniera, si incammina su un percorso più agevole, più prossimo a un accordo.

Solo una settimana fa, i tre principali comitati di creditori annunciavano di avere dalla loro parte “la maggior parte” dei possessori dei titoli interessati all’offerta di scambio, chiedendo al governo di Buenos Aires un valore più alto rispetto alla proposta argentina del 6 luglio. Un vero e proprio ultimatum davanti al quale l’esecutivo ha dovuto rimodulare la sua posizione, nonostante il “non possiamo fare di più, è la nostra ultima offerta” (Debito Argentina, ultimatum dei fondi: “Abbiamo la maggioranza dei titoli, accettate l’offerta”).


debito argentina accordo governo creditori valore default
Il presidente Fernández e il ministro Guzmán

L’ultima notizia, però, è di un accordo quasi raggiunto, con aspetti legali ancora da definire. Ma sul piano del valore pare cosa fatta. Mentre in precedenza il governo offriva 53,3 dollari ogni cento del vecchio debito e i fondi ne chiedevano 56,6, oggi Buenos Aires sale a 54,8, che è un livello (54,9 dollari) che inizialmente pretendevano gruppi tenaci di creditori come AdHoc e Exchange Bondholders. Stando così le cose, l’Argentina sarebbe in grado di raggiungere l’80-85 per cento dei titolari dei bond sottoposti a ristrutturazione. Con l’ultima offerta, invece, non si andava oltre il 40 per cento, soglia insufficiente a chiudere la partita.


La rete attivata dal team economico del governo già lo scorso venerdì, 31 luglio, ha visto in prima linea Lazard come intermediario, Bank of America e Hsbc come collocatori: tutti con lo stesso obiettivo, costruire ponti tra le parti e riportare i tre gruppi di creditori più ‘belligeranti’ a una discussione concreta e fattibile.

Nella giornata di lunedì 3 agosto, Lazard comunicava a Buenos Aires il classico “li abbiamo”. E cioè perfino BlackRock, ma anche Fidelity, Monarch, Gramercy, Pharo Managment, Redwood Capital, Oaktree Capital, VR Capital, HBK, Pimco, Mangart Capital, Amundi, BlueBay, Rowe Price, Western Asset Management, Wellington, Alliance Bernstein e Cyrus.

Un lungo elenco che sta a significare ciò che l’Argentina aspettava di sentire: la maggior parte dei fondi di investimento è orientata al ‘sì’, lasciando fuori quelle compagini irriducibili, aspetto peraltro noto in Argentina in occasione degli ultimi scontri, anche giudiziari, con quelli che alle latitudini australi vengono definiti “fondos buitres”, avvoltoi. Ma quello è un discorso politico, che ha vivacizzato la già esasperata atmosfera ideologica argentina degli ultimi anni.

Dunque, l’accordo sul valore di scambio titoli c’è, salvo colpi di scena inattesi e difficili da vedersi verificare. Resta da definire tutta la parte legale, con la decisione se lasciare in piedi gli aspetti dell’ultima proposta o, evitando frizioni rischiose, fare un passo in più verso i creditori. Dieci, quindici giorni al massimo, scommettono gli addetti ai lavori, perun accordo definitivo. Quel nero su bianco che evita all’Argentina un pericoloso default, in tempi di pandemia e recessione che viaggia tristemente verso i due anni.

I più ricchi d’Argentina: ancora Bulgheroni, perdono i Rocca. Macri 20esimo

Loading...

TI POTREBBERO INTERESSARE