Il 2020 per l’Argentina sarà l’anno dell’emergenza debito verificandosi un picco di scadenze, soprattutto con il mercato, pari al 9 per cento del prodotto interno lordo. Ma il paese “stando all’attuale situazione economico-finanziaria non riuscirà a onorare gli impegni”. A segnalarlo è un’analisi del locale Cippec, think tank di analisi e proposta in tema di politiche pubbliche.

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Secondo lo studio, diffuso oggi a Buenos Aires, l’Argentina non dispone di attivi che permettano di cancellare quel debito in scadenza senza ricorrere ad altro credito, peraltro difficile da intercettare visto l’almeno attuale clima di sfiducia dei mercati. Con la conseguenza di dover rinegoziare il debito. A questo, difatti, tende il progetto di legge elaborato dal governo uscente, che preoccupa non poco quello che si insedia il 10 dicembre e dovrà gestire l’incombenza.

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Lo stesso lavoro del Cippec segnala che, dal dicembre del 2015, il debito pubblico rispetto al Pil è cresciuto in modo consistente, arrivando a raddoppiarsi in meno di quattro anni, passando dal 49 per cento del dicembre 2015 al 94 del settembre 2019. Una tendenza influenzata anche dalla pesante svalutazione del peso argentino che “ha generato preoccupazione nelle piazze del credito in merito alla capacità dello stato argentino di adempiere nei tempi e nei modi pattuiti”.

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Tuttavia, secondo l’analisi del Cippec, non è una situazione da addebitare interamente al governo Macri. Quest’ultimo, difatti, ha ereditato una condizione macroeconomica che avrebe dovuto essere rivista sulla base del cambio monetario reale. Considerando questa correzione e l’emissione di nuovo debito per chiudere i conti con gli holdout, difatti, il punto di partenza dell’esecutivo Macri sarebbe decisamente più alto di quel 49 per cento di debito rispetto al Pil.

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