Superato l’ostacolo con i creditori più intransigenti, il governo argentino si prepara per lo step finale, quello dell’accordo formale. Gli analisti economici prefigurano scenari relativi all’impatto sull’assetto finanziario nei prossimi anni e agli effetti sull’accesso al credito internazionale funzionale alla crescita economica del paese. Ma, allo stesso tempo, tirano le somme sull’indebitamento dell’Argentina nel corso degli ultimi decenni. Alla ricerca del governo che ha contratto maggiore debito.

L’attuale esecutivo, guidato dal peronista Alberto Fernández, non ha mai risparmiato critiche al precedente inquilino della Casa Rosada, sottolineando l’eccessivo ricorso al credito, argomentando sulle possibilità, presenti e future, di un rientro senza dover ricorrere a drastiche sforbiciate della spesa pubblica, soprattutto quella sociale. Fondamentale in un paese con un alto tasso di povertà. Secondo i dati ufficiali dell’Indec, l’istituto nazionale di statistica, tra la fine del 2015 e lo stesso periodo del 2019, quindi durante il governo Macri, il debito lordo è cresciuto del 76 per cento.


Ciò che è certo è che dal 1966 al 1983 il debito dell’Argentina è cresciuto in modo esponenziale. Le dittature di Onganía e Lanusse (1966/1973) lo hanno portato da 3,276 a 4,8 miliardi di dollari. Quando, il 24 marzo del 1976, l’ultima moglie di Juan Domingo Perón, María Estela Martínez, fu destituita aprendo alla lunga parentesi dittatoriale dei Videla e Massera, il debito estero lasciato in bilancio era pari a 7,2 miliardi di dollari. Nel 1983, Raúl Alfonsín entrò alla Casa Rosada trovando 43 miliardi di dollari di debito lasciato dalla devastazione di generali e ammiragli.


Numeri più pesanti col peronista Carlos Menem (1989/1999) e la ‘trovata’ della parità peso-dollaro, fino a superare di poco i 146 miliardi di dollari. Durante i soli due anni di governo del radicale Fernando De la Rúa, la cifra è salita a 170 miliardi di dollari prima di vedere l’Argentina cadere nel default e nello storico crack del 2001-2002.

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Carlos Menem e Fernando De La Rúa

Con i governi kirchneristi (tra Néstor Kichner e Cristina Fernández, dal 2003 al 2015) il debito è salito da 178 a 250 miliardi di dollari, includendo anche la parte ‘cancellata’ dai default. Tuttavia, segnalano gli analisti del Fondo monetario internazionale, se lo si misura rapportandolo al prodotto interno lordo, tra il 2003 e il 2013 c’è stata una positiva riduzione del 73 per cento.

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Il confronto più ‘in voga’, per la dura contrapposizione politico-ideologica è tra l’esperienza kirchnerista e quella macrista. Ciò che i governi dei Kirchner hanno rivendicato per anni è il consistente processo di riduzione e regolarizzazione del debito pubblico, promosso a partire dal 2004 soprattutto attraverso gli accordi con i creditori nel 2005 e 2010, raggiungendo il 91 per cento di adesione. A gennaio del 2006 risultava azzerato il debito con il Fondo monetario internazionale di 9,5 miliardi di dollari. Secondo i dati ufficiali, al 31 dicembre del 2014 il debito pubblico era pari al 42,8 per cento del Pil, sommando 221,748 miliardi.

Cristina Fernández e Néstor Kirchner

Sul fronte del debito estero, con l’arrivo di Mauricio Macri alla guida dell’Argentina (10 dicembre 2015), i conti segnavano 157,792 miliardi di dollari che, dopo un anno di governo, erano già saliti a 192,462. A incidere il pagamento, attraverso nuova emissione di titoli, delle somme dovute ai fondi di investimento che non avevano accettato lo scambio titoli del 2005 e 2010 ottenendo sentenza favorevole dai tribunali degli Stati Uniti. L’esborso fu di 9,3 miliardi di dollari. L’idea di Macri, come segnala un’analisi del quotidiano economico argentino Ámbito Financiero, era legata alla convinzione che un pagamento cash avrebbe ridato credibilità al paese riportandolo sui mercati internazionali del credito.

Alla fine del secondo anno di gestione Macri, l’Argentina è risultata indebitata di un altro 21 per cento: dai 192,462 miliardi di fine 2016, il debito a fine 2017 era salito a 232,952 miliardi di dollari. Tendenza confermata anche durante il terzo anno di governo con un incremento del debito pubblico del 19 per cento a 277,921 miliardi, stabile alla fine del quarto anno (2019) con le porte del credito internazionali chiuse all’Argentina. Uscendo dalla Casa Rosada, l’ex presidente italo-argentino lasciava anche circa 200 miliardi di debito publico con scadenza nei successivi quattro anni.

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Mauricio Macri e l’ex numero uno del Fmi, Christine Lagarde

Secondo i calcoli dell’Indec, lo stock di debito pubblico alla fine dell’amministrazione Macri era di 323,177 miliardi di dollari: il 60 per cento in titoli pubblici, 25 per cento costituito da prestiti e il 10 per cento in strumenti finanziari vari a breve termine.

Ad appensantire il quadro sono i dati della Banca centrale argentina il cui Bilancio cambiario ha messo in evidenza che quella che comunemente viene definita fuga di capitali, dal dicembre del 2015 al novembre del 2019, è stata pari a 88,371 miliardi di dollari. È stato uno dei cavalli di battaglia del fronte peronista contro Macri in campagna elettorale: una parte considerevole del credito ottenuto in quegli anni è stata sottratta alla disponibilità del paese e alla crescita economica, lasciandolo comunque indebitato per gli anni a venire.

A questo si aggiunge il credito chiesto al Fmi e ottenuto dal governo Macri: 44 miliardi su 56 pattuiti dopo la decisione di Alberto Fernández di sospendere la linea di credito, considerata sproporzionata rispetto alla reale capacità economico-finanziaria dell’Argentina. E la ristrutturazione delle pendenze con l’organismo multilaterale è la prossima incombenza dell’attuale esecutivo, già messa in conto e, almeno in linea di principio, accettata dai funzionari di Washington.

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