Il Fondo monetario internazionale appoggia la decisione del governo argentino di impegnare fino a 15 miliardi di dollari delle riserve della Banca centrale (Bcra) nella liquidazione progressiva dello stock di lettere della Banca centrale con scadenza a breve termine (Lebac) per oltre 30 miliardi, che si è accumulato nell’arco degli ultimi due anni. Lo ha annunciato in un comunicato ufficiale il portavoce del Fmi, Gerry Rice. “Il Fondo appoggia gli sforzi delle autorità argentine in quest’area”, afferma il comunicato, che sottolinea come “la decisione presa elimina un’importante causa di vulnerabilità”. A ogni scadenza delle lettere, infatti, l’incertezza sulla capacità del governo di poter rinnovare o assorbire il debito minaccia la sicurezza del sistema finanziario argentino, determinando sia la fuga all’estero di capitale sia le pressioni pro svalutazione. Fatto che si è verificato anche ieri in vista della scadenza di oggi, quando la Bcra (su indicazione del ministero delle Finanze) ha dovuto sospendere la vendita di dollari delle riserve del mercato dei cambi e annunciare un aumento dei tassi di 5 punti percentuali, portandolo dal 40 al 45 per cento.


L’iniziativa dell’istituto di emissione è avvenuta in concomitanza con l’arrivo a Buenos Aires della missione del Fmi incaricata di valutare il rispetto degli accordi siglati dal governo nel quadro del programma di assistenza finanziaria richiesto dal capo dello Stato, Mauricio Macri. Tra questi vi è l’esplicita richiesta al governo di rispettare la libera fluttuazione del mercato dei cambi e di evitare la fissazione arbitraria della parità valutaria.

Il documento sottoscritto da Fmi e Argentina prevede un target del 2,7 per cento di deficit rispetto al Pil nel 2018, peraltro già stabilito precedentemente dall’esecutivo, mentre nel 2019 aumenterà all’1,3 per cento la stretta fiscale, per arrivare alla parità di bilancio già nel 2020 (un anno prima rispetto agli obiettivi inizialmente stabiliti dal governo) e all’avanzo primario dello 0,5 per cento nel 2021. Il programma, secondo le stime del ministero delle Finanze, rende inoltre necessario un taglio alle spese di almeno 19,3 miliardi di euro: nel mirino sono soprattutto i sussidi alle tariffe dei servizi (a cominciare dall’energia elettrica) e gli sprechi della pubblica amministrazione. È inoltre prevista una drastica riduzione degli investimenti infrastrutturali, dato che il Fmi ha imposto la contabilizzazione come spesa pubblica anche delle partite accantonate per il pagamento delle scadenze delle opere finanziate con lo strumento della partecipazione pubblico privata.


Roberto Cardarelli, capo della missione Fmi

Tale ultima decisione è destinata a ridurre ulteriormente lo spazio di manovra del governo, sottraendogli risorse finanziarie, dato che questi investimenti erano stati considerati al di fuori della legge di bilancio ordinaria. Per quanto riguarda l’inflazione, le previsioni del governo prevedono sulla base dell’accordo una discesa al 25 per cento per tutto il 2018, al 17 nel 2019, al 13 nel 2020 e al 9 nel 2021. L’intesa prevede inoltre l’impegno a riformare la banca centrale, rafforzandone l’indipendenza e aumentandone l’autonomia. Essa non dovrà più finanziare il ministero del Tesoro nazionale e le lettere a breve termine (Lebac) saranno abolite.

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