A Washington, nelle ovattate stanze del quartier generale del Fondo monetario internazionale, cresce il nervosismo sul tema dei pagamenti che i paesi membri devono versare all’organismo internazionale. Una ricostruzione del quotidiano spagnolo El País, racconta che nella recente assemblea annuale a Bali, l’argomento si è imposto su un ordine del giorno impegnativo, che prevedeva la guerra commerciale Usa-Cina, il problema dei paesi emergenti come Turchia e Argentina e la debole crescita europea.

Secondo El País, la negoziazione con i paesi donatori è appena iniziata e non sarà conclusa prima della fine del prossimo anno. Si tratta tuttavia di un negoziato decisivo per la capacità del Fmi di portare avanti il proprio programma, che ne fa il primo finanziatore globale. Peraltro, all’interno della stessa istituzione è in corso un mutamento degli equilibri di potere che riflette il mutamento degli equilibri globali di politica estera.

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I nodi vengono al pettine sul finire di un anno record per l’organizzazione guidata da Christine Lagarde in termini di prestiti concessi. Dopo avere annunciato a giugno un piano di aiuti a Buenos Aires di 50 miliardi di dollari, si è visto costretto ad aumentare il pacchetto di aiuti di altri 7 miliardi a causa delle ulteriori difficoltà dell’economia argentina. In prospettiva, molto presto ai richiedenti si aggiungerà il Pakistan, che sta terminando la documentazione per la richiesta di assistenza al Fondo. Inoltre, le turbolenze a cui è sottoposta l’economia di alcuni paesi emergenti a causa della crescita dei tassi negli Stati Uniti, possono aggiungere nuove richieste di aiuto, alle quali il Fondo monetario internazionale dovrà poter fare fronte.

Il problema non è immediato perché l’organismo ha una capacità di prestito comunque elevata e l’obiettivo per il prossimo anno, secondo una fonte interna consultata da El País, è “mantenere questa potenza di fuoco”. Tuttavia, il negoziato si presenta tutt’altro che semplice perché influenzato da molteplici fattori economici, politici e geostrategici.


Sullo sfondo si staglia il confronto tra Stati Uniti e Cina. Quest’ultima ha sin qui avuto nel Fondo un peso nettamente sottodimensionato rispetto al proprio ruolo nell’economia mondiale e una serie di segnali indicano che Pechino intende contare di più. Sull’altro versante, gli Stati Uniti oscillano tra la sfiducia del presidente Trump verso il multilateralismo e le organizzazioni internazionali (al quale si aggiunge la tendenza neo isolazionista della politica repubblicana) e la consapevolezza di non dover scendere sotto il 15 per cento delle quote per non perdere il diritto di veto in seno all’istituto (attualmente Washington detiene il 17,5 per cento) ed evitare l’indebolimento di una posizione utile per continuare a condurre la guerra commerciale contro il Dragone.

Alcuni osservatori rilevano che recentemente il presidente americano ha personalmente deciso di sostenere un aumento di capitale della Banca mondiale, altra istituzione non amata ma utile per contrastare i cinesi.

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