Nel comune pensiero, l’inflazione è probabilmente vista come il nemico numero uno dell’economia, e spesso si riflette in barriere psicologiche magari poco rilevanti da un punto di vista macro-teorico, ma molto sentite nella quotidianità dalla popolazione. Capitò a noi italiani quando il prezzo della benzina superò al litro le mille lire (o, anni più tardi, un euro), o anche a livello internazionale con le continue fluttuazione del prezzo del petrolio al barile, o dello spread.


In Argentina, la barriera psicologica che negli ultimi anni maggiormente rifletteva l’impatto dell’inflazione sui consumi quotidiani è stata la banconota da cento pesos, che oggi vale circa due euro. Da tempo non sufficienti a comprare un chilo di yerba mate, o un menu di fast food; e ora è arrivata l’ora del pane, che in alcune zone di Buenos Aires ha superato quota 100 pesos per un chilogrammo.

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Vero è che il prezzo dell’alimento-base varia a seconda delle zone dell’immensa metropoli, e può fluttuare dai 110 fino agli 80 pesos. Tuttavia, è opinione comune nel settore che la pressione generata dall’inflazione e dal dollaro sul valore della farina continuerà, facendo aumentare ancora i prezzi.

Come sempre, quando si tratta di dinamiche inflattive, c’è un reciproco accusarsi fra i vari fattori della filiera (nello specifico, mulini che forniscono la farina, e panificatori), e la sensazione di un cane che si morde la coda. Stando però alla versione di Mario Véliz, ex vicepresidente della federazione degli industriali del settore panificazione e affini (Faipa), il prezzo della farina è aumentato del 100 per cento, mentre quello del pane fra il 15 e il 17. Una differenza abnorme, anche tenendo conto dell’inflazione, dato che il prezzo del pane è composto “al 35 per cento dal valore della materia prima, al 45 dalle tasse, e per il resto dalla forza lavoro”.

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Sarebbe tuttavia sbagliato iniziare una guerra fra vittime. Il nemico è uno, e potente: la terza inflazione più alta del mondo. A marzo l’aumento in Argentina è stato del 51,3 per cento rispetto al 2018, inferiore solo a quello dello Zimbabwe (59,4 per cento) e a quello, fuori concorso, del Venezuela, che supera i due milioni per cento. Per rendere un’idea molto più realistica, basti pensare che l’inflazione media annua nella regione latinoamericana, Venezuela escluso, è di circa il 3 per cento.

Argentina terzo paese meno competitivo del mondo. Imd: “Meglio solo di Venezuela e Mongolia”

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