Le ultime stime dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) gettano ulteriori ombre sull’economia argentina. Secondo l’istituto parigino, difatti, l’attività economica del paese sudamericano chiuderà il 2019 con un calo del prodotto interno lordo del 3 per cento, e nel 2020 sarà ancora recessione segnata da un -1,7 per cento. La ripresa solo nel 2021, con un timido 0,7 per cento ma pur sempre primo risultato positivo dal 2017.

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Il nuovo rapporto dell’Ocse presentato a Parigi il 21 novembre, dunque, rivede le stime dell’Organizzazione sulla caduta del Pil argentino, situandolo 1,2 punti più in basso rispetto al precedente documento dello scorso maggio. A pesare “l’incertezza sulle priorità politiche” dell’imminente nuovo governo che “hanno innescato la fuga di capitali e una forte svalutazione della moneta nazionale”.

Secondo l’Ocse, fino alla fine dell’anno in corso la domanda interna continuerà a calare giacché “la stabilizzazione dell’economia argentina ha bisogno di tempo e le politiche macroeconomiche continuano a essere restrittive”.

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Primi raggi di sole nel 2020, quando l’export, spinto da un cambio favorevole, saranno alla base del recupero dell’economia che si sostanzierà non prima del 2021. Tuttavia, permangono rischi connessi agli alti livelli di indebitamento dell’Argentina e al difficile accesso al mercato del credito.

Sul fronte del debito pubblico, per il 2019 l’Ocse lo valuta attorno al 90 per cento del Pil avvertendo, inoltre, di non attenuare la forza delle politiche monetarie per evitare una risalita dell’inflazione, già al 55 per cento su base annua.

Di qui alla ricetta suggerita, di intraprendere riforme strutturali al fine di “migliorare la produttività per una ripresa più rapida” che non si potrebbe ottenere con l’attuale assetto macroeconomico.

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