Come anticipato nelle scorse settimane, il governo ha annunciato una nuova ondata di aumenti delle tariffe dei servizi e del trasporto pubblico. Aumenti che avranno un impatto pesante sull’indice dei prezzi proprio in un periodo in cui il presidente Mauricio Macri ha ammesso che si aspetta per il 2018 un’inflazione complessiva non inferiore al 30 per cento. I rincari annunciati riguardano l’elettricità (+30 per cento), il gas (+25 per cento) e il trasporto pubblico, che si vanno ad aggiungere al recente aumento del prezzo del combustibile (+7 per cento) e agli aumenti annunciati anche a livello delle tariffe dei servizi di salute privati (+7,5 per cento). In questo contesto, il presidente Macri ha tuttavia promesso che in un paio d’anni si aspetta adesso di riuscire portare l’indice a “un numero di una sola cifra”. Con riferimento alle tariffe elettriche Macri ha dichiarato che con gli attuali aumenti le bollette hanno raggiunto solo “il 70 per cento” del costo reale del somministro, preannunciando in questo senso quindi ulteriori adeguamenti e sulla questione dell’inflazione ha invitato la cittadinanza a “camminare” e a comparare prezzi tra i diversi negozi, sostenendo che in questo contesto di inflazione ci sono “furbi”, e che “si trovano differenze di prezzi di oltre il 30 per cento” sugli stessi prodotti.

Quella dell’esecutivo appare, però, una scelta costretta. Gli aumenti rientrano difatti nel quadro dello sforzo di riduzione del deficit fiscale intrapreso dal governo a fronte del programma di sostegno finanziario del Fondo monetario internazionale per 50 miliardi di dollari. Tra i principali impegni assunti con il Fondo a fronte dell’accesso a un programma di assistenza finanziaria c’è quello di accelerare la convergenza verso l’equilibrio fiscale e diminuire l’inflazione. Questi i punti principali del memorandum di intesa presentato dal ministro dell’Economia, Dujovne e accettato dall’Fmi. Confermato il target del deficit al 2,7 per cento del Pil nel 2018, mentre già a partire dal 2019 la stretta fiscale si fa decisamente più intensa e passa all’1,3 per cento, per arrivare quindi alla parità di bilancio già nel 2020, con un anno di anticipo sul target iniziale previsto dal governo. Per il 2021 il governo punta invece un avanzo primario dello 0,5 per cento.


Gli aumenti erano nell’aria, compresa l’eliminazione di alcune agevolazioni e sussidi che erano vigenti durante i governi Kirchner nell’attuazione di politiche popolari che, però, hanno creato distorsioni a livello micro e macroeconomico. Uno stato delle cose che si è venuto a combinare con la necessità di dare garanzie al Fondo monetario. Si tratta di una decisione che avrà il suo peso nel dibattito politico ed elettorale giacché le opposizioni hanno cominciato a descrivere quello di Macri come un esecutivo “lontano dagli interessi della gente”.