Governo e opposizione uniti dall’interesse nazionale contro l’annuncio del presidente americano, Donald Trump, di ristabilire i dazi alle importazioni di alluminio e acciaio anche per il Brasile e l’Argentina. L’esecutivo uscente di Buenos Aires, ha coordinato con i rappresentanti del presidente eletto, Alberto Fernández, che si insedia il 10 dicembre, l’avvio di colloqui urgenti con Washington per cercare di evitare l’applicazione dei dazi.

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Il ministro uscente della Produzione, Dante Sica, ha inoltre chiesto all’ambasciatore argentino negli Stati Uniti di sollecitare una riunione su questo tema col segretario Usa al Commercio, Wilbur Ross. Jorge Arguello, dato come prossimo ambasciatore di Fernández a Washington, ha reso noto anche il consenso del presidente eletto all’iniziativa.

La misura ‘minacciata’ da Trump (dazi del 25 per cento sull’acciaio e del 15 per cento sull’alluminio), se confermata, andrebbe a colpire circa il 15 per cento delle esportazioni argentine negli Usa, che nel 2018 hanno generato vendite pari a 4,6 miliardi di dollari.

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Come spiegato via twitter dallo stesso capo della Casa bianca, alla base della decisione, la forte svalutazione delle monete dei due paesi sudamericani: “Brasile ed Argentina hanno subito una consistente svalutazione delle loro monete, un fatto non positivo per i nostri agricoltori”. Con la conseguenza che “per questo ristabilirò con effetto immediato i dazi su tutto l’acciaio e l’alluminio importato negli Stati Uniti da questi due paesi”.


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L’Argentina, nel 2018, aveva ottenuto un tetto di export verso gli Usa di 180mila tonnellate annue a dazi zero, sia per l’acciaio che per l’alluminio. I volumi di esportazione sono considerevoli: 200mila tonnellate di acciaio nel 2017, contro la media delle 133mila tonnellate del triennio precedente. Nello stesso anno, l’alluminio di produzione argentina inviato negli States aveva raggiunto il picco di 260mila tonnellate.

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