L’amministrazione Usa, attraverso il suo procuratore generale, ha suggerito alla Corte suprema di non accogliere un ricorso di Buenos Aires nella causa portata avanti dal fondo di investimenti Burford Capital contro lo stato argentino per un risarcimento da 3,5 miliardi di dollari. Il contenzioso riguarda la statalizzazione della compagnia petrolifera nazionale argentina Ypf avvenuta nel 2012 a opera del governo di Cristina Fernández de Kirchner.

Buenos Aires chiedeva che il giudizio fosse deciso dalla propria magistratura, situazione che, al contrario, non conforta gli istanti. Nel parere consegnato alla Corte, dunque, il procuratore sostiene la decisione di svolgere la causa negli Usa e non in Argentina.

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Alla base del contenzioso c’è la modalità con cui il governo di Cristina ha proceduto, nel 2012, alla nazionalizzazione della compagnia petrolifera Ypf, le cui azioni erano in maggioranza detenute dalla compagnia petrolifera spagnola Repsol. Lo Stato argentino corrispose alla società spagnola 5,3 miliardi di dollari per l’acquisto del 51 per cento della compagnia, un’offerta che non venne estesa anche agli altri azionisti, ai quali non è stato permesso di usufruire dei dividendi della vendita per un certo numero di anni.

Inevitabile, anche se non sempre in chiave strumentale, la doppia lettura politica della decisione Usa. La prima che porta a parlare di vero e proprio smacco per il governo Macri che contava su un appoggio diretto di Donald Trump, manifestato anche recentemente. La seconda, sull’approssimazione dimostrata dall’amministrazione di Cristina Kirchner pur di “accontentare” istanze ideologiche sovraniste.

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Per l’Argentina si profila una sconfitta in sede giudiziaria, secondo gli esperti e considerata la giurisprudenza in materia. Con la conseguenza di dovere onorare la sentenza.

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A nulla, quindi, è servita l’intensa attività diplomatica di Buenos Aires diretta a ottenere un ‘aiuto’ dal presidente Trump. Secondo il procuratore Usa, difatti, il contenzioso “implica un’eccezione all’immunità sovrana per le attività commerciali” e inoltre la tesi dell’Argentina “non è corretta”. Motivi per cui “l’invocazione alla sovranità degli atti compiuti deve essere respinta”.

È plausibile che la risoluzione della controversia Ypf non avvenga prima del 2020, consentendo al governo di Buenos Aires di posticipare l’eventuale pagamento del risarcimento di oltre 3,5 miliardi, chiesto dal fondo di investimenti con sede a Londra specializzato in questo tipo di contenziosi, che ha acquisito la causa dal ricorrente originale – il gruppo argentino “Petersen” – scommettendo su una sentenza favorevole.

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