Il 2018 è stato l’anno del primo ‘anniversario’ per papa Francesco. Cinque anni in cui il pontefice argentino è stato puntulmente letto, ‘pesato’, interpretato. Ognuno a modo suo, dando soddisfazione, talvolta evidentemente forzata, alle proprie convinzioni, il più delle volte politiche in senso stretto. È stato anche l’anno in cui due grandi temi sono stati enfatizzati dalla stampa. Anche qui, ognuno a compiacimento del proprio pubblico.

Sarà sempre attuale il bivio interpretativo sulla ‘natura’ di Bergoglio. È un conservatore che utilizza abilmente questioni ‘minori’, ma fortemente mediatiche, lasciando in stand by le grandi riforme di cui la Chiesa avrebbe bisogno? O, al contrario, è un pontefice ‘innovatore’ che quelle grandi sfide le affronta ‘dal basso’, dando la sua mano e portando l’attenzione dei fedeli proprio a ragionare sulle faccende ‘terrene’ sulle quali (ri)costruire il presente e il futuro delle istituzioni cattoliche.


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Pedofilia nella Chiesa e migranti sono i due temi sui quali papa Francesco ha dovuto subire critiche e talvolta veri e propri attacchi. Il primo, di sicuro, il più complicato perché rimanda a lotte intestine, a correnti all’interno delle gerarchie. “La Chiesa ha fallito”, ha detto chiaramente Francesco durante il suo viaggio in Irlanda. “Proviamo vergogna”, aveva scritto poco prima in una Lettera al popolo di Dio. Di azioni concrete di Francesco contro questa macchia ce ne sono.


Poi l’accusa di “fare politica”. Gli viene mossa nella sua Argentina, disegnandolo addirittura come vero leader del mondo peronista, avverso all’attuale governo conservatore di Mauricio Macri. Ma in Italia diventa finanche “comunista” per aver detto ciò che un qualsiasi ‘leader cattolico’ direbbe. Che l’accoglienza ragionata è dovere di ogni cristiano. L’aggressività dei social network, l’enfasi del ‘portali tutti in Vaticano’ amplificano una descrizione ingiusta, a tratti squallida.

Le questioni politiche, in un modo o nell’altro, si superano. Con i mezzi di cui ogni attore politico – e un leader spirituale mondiale lo è, nella migliore accezione possibile – è in grado di dotarsi. Ma in questo 2018, secondo noi, c’è stato un momento in particolare che papa Francesco si è trovato a vivere come leader spirituale e basta, come sacerdote al quale vengono fatte domande pratiche alle quali seguono, sempre, per forza di cose risposte ‘teoriche’.

È il giorno della visita di papa Francesco a San Giovanni Rotondo, il 17 marzo, occasione nella quale ha fatto visita ai bambini ricoverati nel reparto di Oncoematologia pediatrica. Termini che fanno paura a chiunque. Gli occhi increduli di quei bambini, stanchi, spenti, martoriati dalla malattia e dalle cure. Le lacrime di gioia e speranza dei genitori davanti a una presenza così garbatamente ingombrante. E una domanda che nessuno dei presenti ha avanzato, ma che era negli sguardi di tutti, che viene prima di quel “Ce la farà?” che ogni madre e padre rivolge ai medici: “Perché Dio, se c’è ed è buono, permette questa sofferenza? Perché ai bambini?”.


Carezze accolte, strette di mano e abbracci durante una visita apprezzata. Forse perché la sola presenza del papa, quello ‘semplice’, che ha sempre teso la mano ai deboli, è una occasione di affidamento. E per questo abbiamo scelto questo come momento più difficile per Francesco nel 2018. La difficoltà di spiegare, di dare un senso, sapendo che ogni ragione non è e non può esserlo per un genitore e per un bambino che capisce di essere stato ‘scelto’. Senza un perché.

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