È passato poco più di un anno dal G20 di Buenos Aires. In quella occasione Donald Trump tese la mano a Mauricio Macri, anche in forma di endorsement in vista del voto per le presidenziali del 2019. Tra le varie promesse c’è stata quella di garantire la sua sponsorship per l’ingresso dell’Argentina nell’Ocse. Entrare nel club parigino, nella logica del precedente governo, costituiva un elemento di pregio nella linea di apertura del paese al mondo, vero principio macrista. Per nulla privo di senso, anzi.

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La diplomazia del suo governo non ha mai cessato di rincorrere quell’obiettivo, nonostante un certo ‘imbarazzo’ di presentare all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico un quadro macroeconomico lontano dallo standard medio degli altri Stati membri. L’Argentina, tuttavia, resta un paese candidato, insieme al vicino e ingombrante, soprattutto politicamente, Brasile.

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Perché è sul piano politico che si fonda il dietrofront del presidente americano. Torna, cioè, a preferire il Brasile di Jair Bolsonaro come ‘nuovo amico’ da presentare all’Ocse. Ma non è una novità giacché, prima del sì all’Argentina, Trump aveva dichiarato di essere favorevole all’ingresso del gigante verdeoro, per poi virare su Buenos Aires e ora tornare leggermente più a nord. L’arrivo di Alberto Fernández, insomma, ha influenzato la sua scelta.

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Eppure, solo lo scorso ottobre, l’amministrazione Usa, secondo i resoconti politico-diplomatici, si era rifiutata di appoggiare la candidatura di Brasilia all’Ocse. Poco prima, alla fine di agosto, il segretario di Stato, Michael Pompeo, aveva chiarito che la linea era quella di sostenere Argentina e Romania. Posizione mutata rispetto a quella manifestata da Trump, nel marzo del 2019, in una visita a San Paolo durante la quale comunicava l’appoggio per portare il Brasile al tavolo delle principali economie mondiali.

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E se, a questo punto, il Brasile esprime soddisfazione, l’Argentina probabilmente non si dispera. Almeno in questa fase in cui sarebbe lontano dalla realtà poter rispondere a un modello economico stringente e adoperare ‘abilità’ economico-finanziarie che il paese non può offrire, soprattutto in termini di riduzione di debito e spesa pubblica.

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