Manca più di un anno alle prossime presidenziali (27 ottobre del 2019), ma già ‘qualcuno’ sembra muovere i primi passi verso la candidatura. Quella alla Casa Rosada. Sul fronte del macrismo tutto sembra andare verso una ricandidatura di Mauricio Macri. Ma c’è prudenza. L’economia non brilla, l’opinione pubblica è in attesa di capire quali saranno le conseguenze dell’accordo con il Fondo monetario internazionale. Che vuol dire riduzione della spesa pubblica, una mano alle pensioni e alla spesa sociale. In una congiuntura già appesantita dalla perdurante inflazione. Macri si sta assumendo ogni responsabilità e dovrà continuare a farlo, dopo aver difeso la scelta (costretta, l’ha definita) di chiedere la mano dell’istituto. Che non regala nulla. E questo anche Macri lo sa. Al massimo toglie, a cominciare dalla popolarità presso l’elettorato. Ultimamente, difatti, in caduta. È una partita difficile: se in dodici mesi riesce a rivitalizzare l’economia nazionale ha la strada spianata. Ma è sul fronte opposto che sembra crescere una certezza. Cfk. Cristina Fernández de Kirchner. Otra vez.


Juan Manuel Urtubey

Parole in tal senso – non si tratta ancora di un annuncio giacché non ne avrebbe mandato – arrivano da Juan Manuel Urtubey, il governatore (peronista, ma anti Cristina) della provincia di Salta che ha fatto eco a Miguel Ángel Pichetto, senatore altrettanto peronista e presidente del gruppo alla Camera alta. Secondo Pichetto “la ex presidente sarà candidata, non capisco perché alcuni analisti e politologi non se ne rendano conto”. L’obiettivo, al momento non agevole, è l’unità del blocco peronista per chiudere la parentesi macrista. Quello che è certo dalle parole di Pichetto è che Cristina sarà la candidata espressione di Unidad Ciudadana, il suo ‘partito’. Appunto. Indice che l’unità peronista è ancora lontana. Urtubey non lo nasconde: “Mi sono preparato per questo (le presidenziali, ndr.)”. L’idea è quella di costruire quello che il salteño definisce “peronismo federale”, che nella sua metafora è “l’auto”, da costruire prima di individuare “il pilota”. Il primo nome di peso che viene attribuito a questo laboratorio politico è Roberto Lavagna: politico, diplomatico, professore universitario ma soprattutto ex ministro dell’Economia in anni difficili, quelli dalla ripresa post crack, dal 2002 al 2005, prima di candidarsi alle presidenziali del 2007 piazzandosi al terzo posto con un 17 per cento di tutto rispetto. Unità, facile a dirsi. Ma il personalismo è il primo ostacolo. È il dna del peronismo.


Roberto Lavagna, ex ministro di Néstor Kirchner

Oltre a Urtubey, si sono già fatti avanti Agustín Rossi, capogruppo kircherista alla Camera, e l’eterno Felipe Solá. A questi si aggiunge anche Sergio Massa, di posizione più moderata, che col suo 21 per cento alle scorse presidenziali ha contribuito a determinare la sconfitta dell’erede di Cfk, Daniel Scioli. Lo stesso Massa ultimamente corteggiato, anche se non ufficialmente, dai plenipotenziari di Mauricio Macri: tirarlo dentro un nuovo progetto politico vorrebbe dire indebolire non poco il peronismo, almeno l’ala più moderata. Quel che è certo è che si sono ‘messi a disposizione’, nel totale silenzio della Kirchner e di Massa. Con (parziale) eccezione di quest’ultimo, si tratta di nomi non di poco conto nei gironi della politica nazionale, ma lontani da una competizione alla pari con il presidente uscente. Al momento solo la vedova di Néstor sarebbe in grado di ingaggiare un duello con l’attuale mandatario, ma a condizione che non si aggravi la sua posizione giudiziaria e, soprattutto, che l’attuale esecutivo gestisca il rapporto con il Fmi dando l’impressione, o la certezza, di una cessione di sovranità, termine – più che concetto – tanto caro anche a quelle latitudini. Poi ci sarà il solito rimpallo di responsabilità.

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