Entra nel vivo la discussione parlamentare sul progetto di legge tra i più divisivi della storia moderna argentina. Dopo l’approvazione di stretta misura alla Camera, martedì 10 luglio l’iter riprende al Senato dove, dati alla mano, la novella legislativa sull’interruzione volontaria di gravidanza avrebbe qualche difficoltà in più a imporsi come atto definitivo. Il dibattito è preceduto dall’audizione di diciotto esperti, tutti scelti dalle varie commissioni competenti tra nomi di rilievo in materia sanitaria, etica, religiosa, del terzo settore. L’attuale legge consente l’aborto ‘legale’ solo nei casi di gravidanza derivante da stupro o se è a rischio la vita della gestante. Con la nuova, l’interruzione potrebbe essere effettuata gratuitamente negli ospedali pubblici, fino alla quattordicesima settimana, anche fuori da quei casi, con conseguente depenalizzazione. Dopo questo termine ‘tornano’ le condizioni previste: solo in caso di rischio di vita della madre o il concepito o di gravidanza dovuta a uno stupro.

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Il dibattito parlamentare sarà intenso di qui all’8 agosto, giorno in cui la Camera alta dovrà decidere se l’Argentina avrà o meno norme in linea con altre legislazioni occidentali. E intenso è già il confronto all’interno di una polarizzata opinione pubblica, anche se il giudizio sulla legge in discussione è trasversale. Come all’interno della classe politica ci sono posizioni a favore all’interno della destra macrista e contrarie nel blocco peronista e kirchnerista, lo stesso si riflette sulle rispettive basi elettorali. La mobilitazione è ripresa, forte, nelle strade e piazze di Buenos Aires: fazzoletti verdi a favore della depenalizzazione, celeste è la stoffa del ‘popolo delle due vite’. Ma è sul piano politico che si registrano novità di rilievo, che potrebbero pesare sulla decisione finale del Parlamento.

Finora il governo e il presidente Mauricio Macri avevano mantenuto una posizione neutrale, lasciando libertà di coscienza. Ora, però, qualcosa sembra cambiare. Il pensiero di uno dei plenipotenziari più in vista del mandatario, la presidente della provincia di Buenos Aires María Eugenia Vidal, per esempio, è noto dal principio ma non è mai stato oggetto di ‘coming out’. Il 9 luglio, invece, nella cattedrale di La Plata, durante il tradizionale Tedeum per la festa dell’indipendenza, si è ‘spinta’ in un selfie con un militante ‘pro vita’. Un messaggio, questa volta, esplicito. Esecutivo e maggioranza alla ricerca di una distensione con le gerarchie della Chiesa?

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Quel che è certo è il discorso dell’arcivescovo di La Plata, Víctor Manuel Fernández, molto vicino a papa Francesco, le cui parole si sono unite a quelle di diversi altri esponenti del clero cattolico. “I diritti umani si difendono in ogni circostanza, l’essere umano ha un valore non negoziabile. Se oggi gli nego un diritto perché disabile, domani glielo nego perché nero, dopo ancora glielo nego perché ha meno di quattordici settimane. Quindi cosa resta dei diritti umani?”, ha ammonito Fernández dal pulpito della cattedrale platense. E così l’arcivescovo, forse approfittando della presenza della Vidal, ha chiesto espressamente a Macri di porre il veto sulla legge in caso di approvazione da parte del Senato, “se è vero che ha una profonda convinzione su questo tema”. Macri, difatti, non ha mai nascosto il suo orientamento contrario alla depenalizzazione pur affermando di non voler influenzare la coscienza politica dei suoi parlamentari di riferimento. Un precedente c’è, sull’altra sponda del Rio della Plata.

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Lo stesso aveva fatto nel 2008 l’allora presidente uruguaiano Tabaré Vázquez, ponendo il veto sulla legge che depenalizzava l’aborto sulla base di considerazioni giuridiche, politiche nonché di natura bioetica e sociale. Ci pensò il suo successore Pepe Mujica a convalidare un successivo provvedimento licenziato dal Parlamento. Tutte le variabili politiche sono in campo, dai rapporti del macrismo con la Chiesa alle presidenziali del 2019, passando per il desiderio di dare al mondo l’immagine di un’Argentina che cambia. In fondo, osserva qualcuno che azzarda paragoni, una legge di depenalizzazione dell’aborto l’hanno approvato ‘addirittura’ in Irlanda. Il finale lo scriverà il Senato. Poi, eventualmente, sarà Macri a scrivere l’ultima parola.