Con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali in Argentina (27 ottobre), i mercati hanno lanciato un ‘alert’: il timore è che le politiche avviate dall’amministrazione Macri possano essere rimpiazzate da uno schema di governo più orientato, per dirla alla italiana, al sovranismo. La quasi totalità dei sondaggi finora realizzati evidenziano difatti un vantaggio dell’opposizione kirchnerista che, nelle due esperienze precedenti, ha dimostrato di avere idee politiche ed economiche contrarie alle richieste degli investitori.

Lo stesso Fondo monetario internazionale, al momento l’unico vero garante (finanziario) della credibilità del paese, ha avvertito la politica argentina invitando il prossimo presidente a rispettare gli accordi tra Buenos Aires e l’istituto di Washington. Con questo scenario di base – recessione certa per tutto il 2019, moneta nazionale schiacciata dal dollaro, inflazione non inferiore al 47 per cento – Mauricio Macri ha chiamato le forze di opposizione alla responsabilità, ad aderire a un accordo che possa tranquillizzare i mercati e dare garanzie ai creditori del paese.

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“Ho invitato tutti a firmare accordi, consensi su punti basici che bisognerà rispettare. Questi punti ci permetteranno di dire al mondo che quello che abbiamo iniziato continuerà”. Questa la ‘chiamata’ del mandatario che punta inoltre a coinvolgere i suoi interlocutori in una dichiarazione congiunta. Macri ha fatto un appello alla “generosità di cui c’è bisogno per stringere accordi e portare tranquillità al futuro di tutti gli argentini”. Secondo Macri, nei prossimi scrutini si definirà “se l’Argentina avrà 25 anni di crescita o se tornerà all’oscurità e alla confronto permanente”.

I dieci punti proposti da Macri tendono a raggiungere e preservare l’equilibri dei conti pubblici, sostenere una Banca centrale indipendente permettendole di combattere l’inflazione, maggiore integrazione con il resto del mondo per una crescita dell’export, rispetto dei contratti e dei diritti acquisiti per affermare il principio della sicurezza giuridica utile all’attrazione di investimenti esteri, una moderna riforma del mercato del lavoro.

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Inoltre, secondo il presidente occorre ridurre il carico fiscale a ogni livello di governo, fare in modo che il sistema pensionistico sia sostenibile ed equo, maggiore autonomia delle province, autonomia e trasparenza dell’istituto di statistica, onorare gli impegni con i creditori.

La proposta di Macri è stata salutata con favore dagli alleati di governo della Unión civica radical, che puntano ancora più in alto chiedendo al presidente di tentare una formula elettorale più ampia, includendo la parte più moderata del peronismo. Quest’ultima si è mostrata inizialmente interessata, ma forse troppo timida, all’invito di Macri. Essenzialmente per calcoli elettorali, temendo di perdere credibilità davanti al voto peronista rischiando di perderlo a vantaggio di quella che sarà la futura proposta di Cristina Fernández de Kirchner.

È il caso di Sergio Massa che ha criticato l’esclusione del kirchnerismo, che comunque è la maggiore forza di opposizione. Stesso orientamento è stato manifestato dall’altro rivale di Cfk, Juan Manuel Urtubey. Secondo Roberto Lavagna, il più accreditato pre candidato del peronismo moderato alla presidenza, “l’accordo non può funzionare, la crescita economica non è garantita in questo modo”.

Se la politica tentenna, il mondo economico-finanziario si è già espresso. A favore. L’ok a una grande intesa nazionale arriva dai più grandi gruppi imprenditoriali del paese, mentre nelle stesse ore le azioni delle società argentine quotate a Wall Street registravano aumenti in media del 10 per cento e il peso argentino recuperava, anche se leggermente, nel cambio col biglietto verde.

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