elezioni in argentina 2019 fernandez macri politica estera

Elezioni in Argentina: la “diversa” politica estera di Alberto Fernández


Se, ormai da settimane, l’esito delle elezioni in Argentina viene dato per scontato le principali cancellerie, soprattutto occidentali, da altrettanto tempo si interrogano sulla linea di politica estera dell’eventuale amministrazione guidata da Alberto Fernández. Che, seppure qualche analista segnali già un impegno più ‘soft’ con paesi e quadranti ‘delicati’ dal punto di vista occidentale, sarebbe pur sempre una politica estera di impronta kirchnerista.

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A livello regionale ‘allargato’, l’interesse per Buenos Aires è scontato in paesi come Stati Uniti, Brasile, Uruguay. Poi ci sono Regno Unito, Bruxelles ovviamente come Unione europea, ma anche Israele e Cuba. La previsione è quella di una revisione dell’intero ‘pacchetto’ di politica estera del governo di Mauricio Macri.

Come noto, quest’ultimo è stato in linea con Trump, Bolsonaro, l’Ue (Fernández è per una rilettura dell’accordo commerciale col Mecosur) e le principali organizzazioni internazionali economico-commerciali nonché Israele. E in dichiarata criticità con le amministrazioni progressiste del latinoamerica. Tutte relazioni che hanno portato l’Argentina – nonostante la sua fragilità economica e debolezza politica – a sedersi al tavolo con i principali leader mondiali.

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Due presidenti opposti, due linee di politica estera lontanissime, spesso sottolineata con eccesso da una parte della propaganda macrista con slogan che allarmano su ipotetici scenari di autoritarismo in stile cubano-venezuelano nella prossima Argentina. La prima evidenza c’è stata con le elezioni in Bolivia, con Macri a non riconoscere la vittoria di Evo Morales, allineandosi con Washington, Brasilia e l’Osa, a fronte di un eloquente silenzio di Fernández, che ha incontrato il leader di La Paz in campagna elettorale.

Il distinguo tra i due principali candidati alla Casa Rosada è anche, e forse soprattutto, sul Venezuela. L’Argentina macrista è notoriamente allineata con le decisioni del Gruppo di Lima di cui fa convintamente parte, in base al quale non c’è via di uscita dalla crisi finché Nicolás Maduro sarà a Miraflores.

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Fernández sostiene invece la proposta di Uruguay e Messico, di neutralità rispetto al venezuelano che, a loro dire, dovrebbe sedersi al tavolo dei negoziati per consentirgli di superare se stesso. Condizione irrealizzabile con Trump alla Casa Bianca e Juan Guaidó in giro per il continente a incassare sostegno.

Trump sarebbe il principale problema regionale per Alberto Fernández presidente. Non avrà mai il trattamento riservato a Macri. Troppe incomprensioni di principio: il Venezuela, appunto, e il desiderio del leader peronista di rilanciare le relazioni con Russia e Cina e, ancora più dirompente, con Iran e palestinesi.

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Prudenza e opportunità, tuttavia, lo porterebbero a tentare un rapporto disteso, o almeno non enormemente conflittuale, con lo Studio ovale e i suoi falchi. L’amministrazione Trump è pur sempre una sorta di garante dell’Argentina nelle stanze del Fondo monetario internazionale e gli Stati Uniti la principale sede in cui sarà rinegoziato il gigantesco debito estero di Buenos Aires. In più, ragionare serenamente con Trump permetterebbe a Fernández di bypassare la dichiarata ostilità di Jair Bolsonaro verso un ritorno del peronismo.

Stessa lingua, stesso futuro: con il Regno Unito l’intenzione di Fernández è quella di rivedere l’impostazione di base, che non può avere altro nome se non quello delle isole dell’Atlantico del sud. È vero, il governo Macri ha sempre confermato la linea della lotta per la sovranità, ma per un peronista è poco. In caso di elezione, il leader del Frente de todos intende “rivedere tutti gli accordi” sottoscritti con Londra dai tempi di Carlos Menem.



Poi c’è Roma, intesa come Vaticano. Fernández non ha mai nascosto il desiderio di vedere papa Francesco tornare in Argentina. Con lui ha un rapporto amichevole e, foto e diplomazia alla mano, non si può dire lo stesso di Mauricio Macri.

È per questo che Bergoglio ha evitato il ritorno in patria in pendenza di consultazioni elettorali così divisive: la politica è troppo polarizzata, la società anche. Il 2020 – sono le previsioni di alcuni alti prelati – sarà l’anno giusto, dopo che le acque dell’esasperato confronto tra le due fazioni si saranno calmate.

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