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L’esodo dal Venezuela: una sfida per il Sudamerica e per l’Argentina


Continua l’esodo dal Venezuela. Due milioni e mezzo di persone (sui 31 milioni del totale della popolazione del Venezuela) in fuga dal 2014, vittime di un regime dittatoriale causa della più grave crisi umanitaria che l’America Latina si trovi a fronteggiare, da decenni. Una portata numerica tale da mettere in crisi lo storico approccio di solidarietà regionale e apertura verso i migranti, tipico dei paesi dell’area, tutti costruiti su storie migratorie.

Finora, in effetti, l’atteggiamento predominante è stato quello di mantenere le frontiere aperte, e offrire ingressi legali. Tanto che sovente si è sottolineato come gran parte del mondo abbia molto da imparare dal Sucontinente, a questo riguardo.

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Ora, però, l’insofferenza comincia a prendere piede, e crescono le tensioni fra istanze di politica interna ed alleanze regionali, non solo nei Paesi maggiormente esposti. Se la Colombia, che ospita già più di un milione di profughi in uscita dal Venezuela, ne conta a migliaia ogni giorno ed è in uno stato di palese sofferenza, il Brasile ha militarizzato la sua zona settentrionale, chiudendo per alcuni giorni il confine, allo scopo di bloccare la massa di migranti in fuga. Anche l’Ecuador, seppur non immediatamente confinante, ha dichiarato lo stato di emergenza nel nord, in risposta ad arrivi oramai ingestibili per un paese così piccolo.

Ma anche per quegli Stati che possono stare relativamente più tranquilli, la situazione rischia di diventare insostenibile, in breve tempo. Il Perù ha visto quadruplicare gli arrivi, che oramai ammontano a quasi 400mila persone, in pochi mesi, mentre Argentina e Uruguay sono stati, secondo gli analisti, i paesi più accoglienti dal punto di vista legislativo.

Buenos Aires, soprattutto, ha concesso ai venezuelani visti senza restrizioni ai sensi del Mercosur Residence Agreement, consentendo così loro di vivere e lavorare nel territorio nazionale per un periodo rinnovabile di due anni. Inoltre, nei mesi scorsi, è stato anche esteso il termine per presentare le apposite richieste, considerando che, come prevedibile, molti dei profughi non erano in grado di fornire documenti attendibili.

È difficile dire, in conclusione, quali saranno gli sviluppi futuri, ma di certo l’intera politica sui rifugiati degli Stati interessati necessita di un profondo ripensamento, letteralmente imposto da quella che è la più complessa emergenza umanitaria (anche politicamente) che il Sudamerica si sia mai trovato ad affrontare.