Il presidente Macri indagato per l’accordo con il Fondo monetario. “Ha ignorato il parlamento”


Risvolto inatteso sull’accordo tra Argentina e Fondo monetario internazionale con cui l’organismo di Washington ha accordato al governo Macri una linea di credito pari a 50 miliardi di dollari. E riguarda proprio il presidente, Mauricio Macri. L’inquilino di Casa Rosada è indagato per “abuso di potere e violazione dei doveri di funzionario pubblico”. Lo stesso vale per altri membri del suo esecutivo. La ragione dell’iniziativa giudiziaria deriva dal fatto di non aver sottoposto al voto del parlamento l’accordo sottoscritto con il Fmi.


L’inchiesta è scaturita da una denuncia presentata dal partito di opposizione Unità popolare, dal Movimento popolare La Dignità e dall’Osservatorio del diritto alla cittadinanza. Oltre al capo di Stato, a finire negli atti della magistratura anche il capo di gabinetto, Marcos Peña, il ministro dell’Economia, Nicolás Dujovne, e il presidente della Banca centrale, Luis Caputo.

Secondo il procuratore Jorge Di Lello, l’analisi proposta dai denuncianti “è credibile e logica” e “per questo ho formalizzato l’avvio delle indagini per far luce sull’accaduto”. Nella denuncia, le parti puntano il dito contro la decisione del governo che, lo scorso giugno, si è accordato con il Fondo monetario per ottenere il prestito “in violazione della Carta costituzione”. L’argomentazione dei sottoscrittori della denuncia penale è la seguente: “L’accordo con il Fondo monetario internazionale non ha l’approvazione del Congresso, quindi, il presidente e i ministri che hanno reso operativa la firma del patto e la sua esecuzione si sono arrogati competenze di cui non dispongono”. Per queste presunte ragioni di diritto, al tempo stesso chiedono l’immediata sospensione dell’esecuzione dell’accordo e, altresì, che il governo si astenga dal chiedere prelievi o dall’utilizzo dei fondi già ritirati, pari a 15 miliardi di dollari.

Una inaspettata parentesi giudiziaria che si apre proprio in un momento definito cruciale dallo stesso governo di Buenos Aires, che ha chiesto al Fondo monetario di anticipare altri 30 miliardi di dollari insipensabili a coprire il fabbisogno della macchina statale.