Il Senato ha detto no, com’era nelle previsioni. Dopo una seduta fiume durata dalle 15.30 locali di mercoledì 8 agosto per quasi tutta la notte, con 61 interventi su 72 membri che compongono la camera alta, l’Argentina non ha la nuova legge sull’aborto che metà della popolazione attendeva. Per settimane le strade di Buenos Aires e delle altre principali città hanno ospitato manifestazioni pro e contro. Il dibattito nell’opinione pubblica e nella politica è stato acceso, molto, ma civile. Alla fine, con 38 voti contrari e 31 favorevoli il Senato ha respinto il progetto di legge sulla interruzione volontaria della gravidanza, risultato accolto da grida di gioia degli attivisti anti-aborto e da disperazione e lacrime da parte dei sostenitori della legge. Come da aspettative, i voti contrari sono arrivati dai senatori di Cambiemos (la lista di riferimento del presidente Macri), dai peronisti contrari all’impostazione politica kirchnerista e da un senatore che gravita nell’orbita della ex presidente Cristina Fernández (gli altri erano a favore della nuova legge).


Con il voto di stanotte, non entra nell’ordinamento giuridico argentino la possibilità per tutte le donne di interrompere la gravidanza entro la 14esima settimana, mentre con la normativa attuale, che si rifà al codice penale del 1921, autorizza l’aborto solo quando la gravidanza sia frutto di uno stupro o vi sia pericolo per la vita della madre.

Secondo la legge argentina, per un anno non sarà possibile ripresentare una nuova legge sullo stesso tema. Va anche considerato che il 2019 sarà un anno elettorale (presidenziali più una parte del parlamento) e quindi momento poco opportuno per trattare temi con un contenuto di forte tensione sociale. Tuttavia, già qualche ora prima del voto definitivo, l’esecutivo aveva fatto sapere che in caso di bocciatura potrebbe farsi promotore, entro un mese, di una riforma del codice penale diretta a superare l’ostacolo giuridico secondo quanto stabilirà il parlamento.