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“Pessimo timing ma…”. Perché Luis Caputo si è dimesso da presidente della Banca centrale argentina


Dimissioni attese, concordate, ma non ora. La rinuncia di Luis Caputo, stretto, strettissimo collaboratore di Mauricio Macri, era in agenda. Secondo la ricostruzione del Clarín – così come confermato da fonti governative – Caputo avrebbe dovuto lasciare l’incarico di presidente della Banca centrale dopo l’annuncio – che sembra imminente secondo indiscrezioni non smentite – della chiusura di un nuovo accordo tra il governo di Buenos Aires e il Fondo monetario internazionale.

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I 50 miliardi già concessi dal Fmi a giugno non bastano più. Ne servono altri, soprattutto servono subito. Le voci di corridoio parlano di 5 miliardi necessari per mettere in sicurezza i conti dello Stato, la spesa statale per il 2019. Anche per l’annuncio, entro le prossime 48 ore, era stata anticipata la presenza di Caputo, con il ministro dell’Economia, Nicolás Dujovne, a capo della comitiva governativa che sta trattando col Fondo.

I commenti di ‘qualcuno’ dell’esecutivo, raccolti dallo stesso quotidiano, parlano di “arroganza”, e di un “pessimo timing”. Che si leggono così: Luis Caputo avrebbe potuto attendere qualche ora, due giorni al massimo. Le ragioni della rinuncia sarebbero “di natura personale”, ma è evidente che qualcosa deve essere successa. Perché il momento è delicato.

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Il presidente Macri, prima del suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha incontrato esponenti del mondo della finanza internazionale. Pare, ricevendo approvazione per le scelte di certo impopolari in patria (e il quarto sciopero generale durante il suo mandato ne è conferma) ma obbligate secondo gli ‘schemi’ tipici del Fondo monetario e degli investitori.

Il paese è in bilico, il presidente rincorre i grandi della politica mondiale, banchieri e grandi investitori e, all’improvviso, le imbarazzanti bad news. Tant’è che il dollaro, che ieri aveva chiuso a 38,17 pesos, oggi è risalito a 39,10. Così come le dimissioni di Luis Caputo hanno fatto piovere altri 50 punti sul rischio paese, che sale a 617.

L’opposizione si frega le mani e interpreta a suo vantaggio l’uscita di Caputo, al posto del quale arriva Guido Sandleris. La stessa opposizione che ha già scelto il tema della prossima campagna elettorale per le presidenziali 2019: Macri ha consegnato l’Argentina al Fondo monetario, alla grande finanza globale e indebitato il paese per un paio di generazioni o forse più accettando tutti i diktat el Fmi su liberalizzazioni, privatizzazioni, cessioni e riforme sociali e del mercato del lavoro. Come azzarda il quotidiano vicino al kirchnerismo Página 12, la testa di Luis Caputo sarebbe stata chiesta dai piani alti del Fondo.

L’ex presidente della Banca centrale avrebbe la colpa di “aver usato i primi 15 miliardi arrivati da New York in operazioni non concordate”. Una lettura che continua così: “Il secondo presidente della Banca centrale viene sacrificato in nome della sopravvivenza politica di Macri che, senza il nuovo prestito urgente, non avrebbe modo di tentare la rielezione alla Casa Rosada”.

Analisi legittima dal punto di vista dell’opposizione, in parte confermata dalle stesse voci del governo secondo le quali un cambio di strategia della Banca centrale era (è) necessario ai fini del prosieguo del dialogo e dell’accordo con il Fmi. Che pretende di dire la sua su come vengono utilizzati gli aiuti.

La cifra è considerevole (si arriverà probabilmente a 70 miliardi di dollari totali) e l’austera Christine Lagarde chiede garanzie. Insomma, sulla pelle di Luis Caputo si è giocata una partita importante, decisiva per la tenuta del paese. Di certo c’è l’ottimismo manifestato in varia forma dall’esecutivo. Al punto che l’annuncio sul nuovo accordo potrebbe arrivare con una giornata di anticipo. Evento che cancellerebbe di colpo l’effetto Caputo. E farebbe riapparire Macri a Buenos Aires con un mezzo sorriso sulle labbra.