Nel pieno della tormenta economico-finanziaria che sta scuotendo il paese, l’Argentina guarda al suo futuro. Che non è solo legato all’economia: c’è anche il tempo di pensare a chi guiderà il paese nel quadriennio successivo a quello che ha visto Mauricio Macri tentare di dare un’immagine diversa agli occhi del mondo. Mentre la ‘macchina’ peronista cerca di smarcarsi dall’ingombrante Cristina Fernández, ‘segnata’ dalle inchieste giudiziarie, altrettanto incerto comincia a essere il cammino politico di Macri come capo della nazione. C’è un ostacolo. Il presidente si gioca la sua prossima candidatura con il negoziato avviato col Fondo monetario internazionale (e con la legge di bilancio 2019 in sede parlamentare).

Se il Fondo accetta di anticipare i miliardi di dollari necessari ad assicurare agli investitori che non ci sarà un nuovo default, potrà vedersela con il peronismo che intende rientrare in possesso delle chiavi della Casa Rosada. In caso contrario – come anticipato da qualche osservatore già mesi fa – toccherà a María Eugenia Vidal, presidente della provincia di Buenos Aires, resistere all’’assedio’ justicialista. Quella del Fmi è una scommessa, fatta sul programma economico di Macri ma WAshington non vuole certo fare il bis. Gli impegni presi a giugno in sede di concessione del maxi prestito sono stati grossomodo disattesi: di inflazione in diminuzione, miglioramento del deficit e crescita in ripresa non si sono finora visti segnali rassicuranti. Anzi, il governo ha rilanciato, promettendo un recupero straordinario, che non ha precedenti nella storia argentina: arrivare a deficit zero in poco più di un anno.


María Eugenia Vidal

I nuovi paletti fissati dal Fondo monetario dovranno essere ratificati dal parlamento nella prossima legge di bilancio. Pesante di sicuro, ma è una condizione essenziale affinché il paese ottenga il denaro necessario a garantire il pagamento dei titoli in scadenza 2019. Su questo la diplomazia politica è in movimento da mesi e un accordo con i governatori delle province – che dovranno accettare una riduzione dei finanziamenti diretti da parte dello stato centrale – potrebbe arrivare, con la conseguenza di vedere approvata la legge di bilancio i primi di novembre. E sarà il primo momento in cui Macri comincerà a fare le sue valutazioni.

Ma dovrà aspettare ancora. Come segnala il giornalista Roman Lejtman sul suo Leviathan, il conto alla rovescia è cominciato. “Macri aspetterà aprile 2019. Se la sua immagine non dovesse arrivare alla soglia sufficiente del 40 per cento per affrontare una campagna presidenziale – osserva Lejtman – deciderà cosa fare nella solitudine del potere”.