Nelle stanze della politica argentina, quelle in cui si prendono decisioni ‘fatali’, indicano nel 22 giugno una data importante, fondamentale. A quel giorno, difatti, Mauricio Macri avrà deciso la sua posizione in merito alle presidenziali del 27 ottobre prossimo. Già, perché sebbene il presidente e il suo entourage abbiano più volte assicurato che non c’è nessun altro piano e non c’è nessun altro candidato alla Casa Rosada, i rumors in senso contrario non si sono mai sopiti.

E arriva a una suggestione del genere anche il Clarín, che ha raccolto parole di tre fonti (evidentemente informate e vicine a Macri). Parole secondo le quali non è impossibile che Macri valuti la possibilità di farsi da parte, nel caso in cui nuovi sondaggi lo suggerissero. Lo considerano, però, non altamente probabile anche se fondamentale sarà il tempo fino a quella data di giugno.

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Nel governo ritengono che, salvo nuove impennate del dollaro e dell’inflazione, l’immagine di Macri non dovrebbe subire ulteriori colpi. Anzi, pensano, potrebbe addirittura migliorare. Ciò che è certo è che parte (o partirebbe, a questo punto) con una opinione pubblica meno favorevole rispetto alle ultime legislative parziali che lo videro premiato. La sua immagine è caduta di circa la metà, recuperare l’intero terreno perduto sarà impossibile con una congiuntura economica come quella attuale.

Ciononostante, Mauricio Macri continua a cercare contatti politici che gli possano garantire più tranquillità in caso di ballottaggio. Salvo colpi di scena, al voto dovrebbero arrivare tre candidati con tre scheramenti: i macristi, i kirchneristi, i peronisti moderati. E Macri cerca di sedurre proprio questi ultimi che, in linea di principio, al secondo turno non andrebbero verso Cristina e ‘il suo’ Alberto Fernández.

Il presidente ha quindi incontrato le punte di Alternativa Federal – Juan Schiaretti, Miguel Ángel Pichetto e Juan Manuel Urtubey – che sembrano averlo rassicurato, nonostante la differenze di contenuto politico e le critiche all’esecutivo ribadite quasi quotidianamente.

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Jaime Durán Barba


Eppure, torna a farsi sentire il nome di María Eugenia Vidal, la governatrice della provincia di Buenos Aires. Sono esponenti di spicco dell’Unión Civica Radical – alleati di governo – a chiedere che Macri lasci il posto a lei, che gode di numeri decisamente più rassicuranti nei sondaggi degli ultimi mesi. Anche perché con Vidal in prima fila sarebbe più semplice arrivare a un accordo con Roberto Lavagna che con la sua area del peronismo moderato sembra ormai in rotta.

Il governo ha necessità di mostrarsi sereno all’elettorato e fa capire che quello che a Buenos Aires chiamano Piano V (V come Vidal) non esiste. Ma ogni tanto spunta fuori, anche sui media non ostili al presidente. Scenario che implicherebbe la ricerca di un nuovo candidato alla provincia in poco tempo.

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Ciò che ufficialmente è in pieno negoziato è la candidatura alla vicepresidenza. I nomi sono ancora quelli del giovane e apprezzato radicale Martín Lousteau o, ancora, la uscente Gabriela Michetti o il ministro della Sicurezza, Patricia Bullrich. L’ultimo è quello di Miguel Ángel Pichetto. A ogni modo serve un candidato che possa aumentare la base elettorale di Cambiemos. Intanto, la cronaca politica fa sapere che Jaime Durán Barba, lo stratega di Macri, è in ‘ritiro’ in una sua dimora in Ecuador: è il momento di tirare fuori uno schema valido. E definitivo.

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