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Elezioni in Brasile: per l’Argentina qual è il presidente ‘migliore’?


Geografia, politica ed economia rendono le presidenziali in Brasile quasi un ‘fatto interno’ per l’Argentina. Tra i due paesi le affinità sono tante: uno scenario economico di recessione, un sistema produttivo danneggiato dalla crisi dei mercati emergenti, il dollaro Usa troppo alto rispetto alla moneta nazionale.

Il Brasile, però, è la nona economia mondiale, il quinto paese più popoloso e la sua forza economica è cinque volte quella argentina. Con la conseguenza che ciò che accade nell’ex colonia portoghese può influenzare a vita (pubblica) dell’Argentina, anche considerando un altro elmento in comune, che è la marcata polarizzazione politica.

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Lo scenario politico brasiliano è incerto. I sondaggi sul voto di domenica 7 ottobre vedono favoriti il leader del Partito social-liberale, Jair Bolsonaro, in rappresentanza della destra e Fernando Haddad, la cui candidatura è nata dalla negata partecipazione di Lula da Silva dopo la condanna a dodici anni di reclusione.

Haddad, dunque, cerca di tirare a sé i voti della sinistra, anche se divisa, in nome della lotta di classe contro l’uscente amministrazione di destra del presidente Temer. Difficile, anche secondo le ultime inchieste, capire se ci sarà un nuovo capo dello Stato al primo turno.


È per questo che la politica argentina non si sbilancia o, almeno, parla con moderazione sul cosa e sul chi sarebbe meglio alla guida del vicino gigante. Secondo il ministro della Produzione, Dante Sica, è importante che il Brasile vada avanti nel percorso di riforme avviate con l’amministrazione Temer, che l’economia verdeoro tenga perché primo destinatario dell’export argentino, ultimamente sceso dal 21 al 16 per cento del totale.

Quel che è certo è che il ‘prossimo’ Brasile dovrà essere un socio determinante nella scelta delle riforme a cui sottoporre il Mercosur, organizzazione ‘stanca’ e divisa, soprattutto in pendenza dei negoziati commerciali con l’Unione europea.


In linea di principio, il governo di Mauricio Macri vede con maggior favore l’arrivo di Bolsonaro alla presidenza, che sarebbe un partner sicuro nella partita politica continentale contro le sinistre, al momento ‘in pausa’ in diversi paesi ma pronte a riorganizzarsi per frenare il nuovo vento politico che sembra soffiare a destra.

Secondo la stampa argentina, l’ambasciatore in Brasile, Carlos Magariños, è in contatto con l’entourage di entrambi i principali sfidanti. E proprio dal meno scontato è arrivata una dichiarazione di stima: “Sono amico personale di Macri”, ha detto Haddad – va ribadito, il candidato lulista – che dell’argentino è stato collega quando uno era sindaco di San Paolo e l’altro di Buenos Aires. Ma il dna politico vuole altro perché se il Partito dei lavoratori ha una legittima e naturale vocazione ‘antimacrista’, i plenipotenziari macristi hanno contatti con i due candidati per capire in anticipo che spazi di collaborazione bilaterale e continentale ci sarebbero in un caso e nell’altro.


Ma l’appuntamento elettorale brasiliano è importante anche per l’opposizione argentina. Se non ci sono dubbi che il kirchnerismo gradirebbe il ritorno dei lulisti al potere, il peronismo moderato in modo più diplomatico osserva che “se sta bene il Brasile sta bene l’Argentina” riferendosi all’aspetto economico. Ma è fuori discussione che, al di là del vincolo tra Lula, Rousseff e i Kirchner, anche il peronismo non kirchnerista avrebbe, per idee e storia, più dialogo con gli eredi del presidente operaio.