Il governo di Buenos Aires ha ufficializzato l’uscita dell’Argentina dal Gruppo di Lima, blocco regionale sorto nel 2017 per lavorare a una soluzione condivisa alla crisi del Venezuela. Si tratta di un gruppo di paesi principalmente critici verso l’apparato politico del presidente Nicolás Maduro e vicini alle posizioni di Washington.

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Il presidente Fernández e il ministro degli Esteri Solá

L’orientamento dell’attuale governo argentino è spiegato in una nota del ministero degli Esteri sottolineando che “le azioni promosse a livello internazionale, cercando di isolare il governo del Venezuela e i suoi rappresentanti, non hanno dato risultati”. Aggiungendo che l’inclusione di una parte dell’opposizione venezuelana nel Gruppo di Lima ha portato a “posizioni che il nostro governo non ha potuto né può accompagnare”.


Non si tratta di una decisione inattesa, essendo chiara da mesi la difficile convivenza dell’attuale esecutivo con governi di opposte visioni. Con una lettura politica – interna alla maggioranza peronista – che vede prevalere la linea storica del kirchnerismo a svantaggio di una impostazione più moderata che sembra portare avanti il presidente Alberto Fernández inpolitica estera.


Secondo l’Argentina, la strada più giusta sarebbe quella di “favorire un dialogo inclusivo che non favorisca nessun settore in particolare” che possa portare a elezioni libere e aperte in uguale misura a tutti gli attori politici. In altri termini, il Gruppo di Lima è accusato da Buenos Aires di sostenere incondizionatamente l’auto proclamatosi leader dell’opposizione venezuelana, Juan Gauidó.

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L’Argentina, inoltre, insiste sul fatto che le sanzioni imposte a Caracas, combinandosi con l’attuale contesto di emergenza sanitaria, hanno di fatto aggravato le condizioni di vita dei venezuelani. Tuttavia, Buenos Aires ritiene che sia del governo Maduro la responsabilità della creazione delle condizioni per il dialogo nel quale è fondamentale la partecipazione delle opposizioni.

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