Decisione storica, svolta storica: la stampa di tutto il mondo ha desscritto con questa enfasi l’introduzione dell’aborto legale in Argentina. Una nuova legge arrivata dopo l’ultimo tentativo fallito durante la scorsa legislatura. Il 14 gennaio, infine, la promulgazione dal parte del presidente, Alberto Fernández, il cui governo e la cui maggioranza parlamentare ha dal principio sostenuto la necessità di un diverso quadro legale.

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Enfasi anche per il momento della firma, con una cerimonia ad hoc presso il Museo del Bicentenario della Casa Rosada. È, per il presidente Fernández, una promessa elettorale mantenuta, celebrata dagli attivisti pro aborto che, peraltro, avevano promesso di non fare sconti all’attuale amministrazione.


La nuova legge sull’aborto legale in Argentina consente l’interruzione della gravidanza, gratuita, fino alla quattordicesima settimana inclusa e, inoltre, prevede precise eccezioni oltre questo limite solo per i casi di violenza sessuale, di gestanti minori di 13 anni o in pericolo di vita.


Le norme prevedono altresì l’obbligatorietà ad accettare, da parte delle strutture sanitarie, l’istanza di aborto entro dieci giorni. Ma è riconosciuta l’obiezione di coscienza da parte del medico che dovrà comunque farsi garante della realizzazione della pratica.

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La novità argentina, a ogni modo, ha riacceso il dibattito nel resto della regione. Geograficamente considerato, in America Latina solo Cuba, Uruguay, Guyana e Guayana francese hanno leggi per l’interruzione della gravidanza. Gli attivisti ‘verdi’, il colore scelto quasi ovunque dalla masse pro aborto legale, ritengono che sia una occasione per i movimenti di altri paesi dell’area.

Nel subcontinente gli altri paesi si dividono tra il divieto dell’aborto senza eccezioni e con conseguenze penali – com’è, per esempio, in Nicaragua, El Salvador, Honduras e Haiti – e una ordinamenti che lo consentono solo in determinati casi. Ora, però, il ‘caso Argentina’ sembra dare impulso – o ridare, a seconda dei casi – a battaglie per ottenere la libertà dell’interruzione della gravidanza seppure entro certi limiti.

Succede in Messico dove José Ramón López Beltrán, figlio maggiore del presidente Andrés Manuel López Obrador, ha usato parole ben precise: “Ya nos toca”, “Ora ci tocca”, manifestando il suo favore per quella che, per tanti, è una conquista sul terreno dei diritti umani perché espressione di una libertà di scelta. Al momento, in Messico l’interruzione volontaria della gravidanza è legale solo nel distretto di Città del Messico e nello stato di Oaxaca.

Nel vicino Cile, invece, la discussione su nuove norme per la libertà di aborto entro la 14esima settimana è ripresa nella commissione parlamentare coopetente per materia presso la camera dei deputati. In sostanza, è stata ripresa una proposta di legge del 2018 di depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza. Un cammino che si annuncia difficile giacché lo stesso governo conservatore di Sebastián Piñera ritiene che “non ci siano ragioni per ampliare o modificare le attuali norme”.

In Cile l’ultima legge sull’aborto è arrivata nel 2017 sulla spinta della ex presidente progressista, Michelle Bachelet. È consentito solo per motivi cosiddetti terapeutici, cioè stupro, gravi anomalie fetali e rischio della vita per la gestante.

Spinti dall’Argentina, anche a Porto Rico la campagna nazionale sull’aborto libero, sicuro e accessibile ha convocato nuove manifestazioni per chiedere norme che “diano effettività alla separazione tra Stato e Chiesa così come sancita dalla Costituzione”.

Aborto legale in Argentina, approvata la nuova legge. Cosa cambia

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