Alle 9:53, come ogni anno dal 1995, la sirena ha ricordato il gravissimo attentato che sconvolse la comunità ebraica di Buenos Aires (la più numerosa dell’America Latina) e tutto il Paese. Ventiquattro anni sono passati dall’atto terroristico che portò alla morte di 85 persone e il ferimento di oltre trecento. Il 18 luglio del 1994 un furgone carico di tritolo esplose nel parcheggio seminterrato dell’edificio ospitante gli uffici dell’Associazione mutualità israelita argentina (Amia) e della Delegazione delle associazioni israelite argentine. Da allora solo ipotesi, silenzi. E coperture che non hanno portato alla verità. Anche in occasione di questo anniversario sono stati letti, a voce alta, i nomi delle vittime. E, proprio in tema di verità negate, la madre di Alberto Nisman ha posato una rosa in omaggio a suo figlio.


Nisman era il magistrato che stava arrivando all’accertamento delle responsabilità, anche quelle attuali. Ma fu trovato morto. Suicidio, apparentemente. Poi, indagini successive vogliono che sia stata una messinscena. La solita (in senso italico) ricostruzione circa servizi deviati, complicità col governo e via dicendo. Esecutivo che, alla morte di Nisman, era quello di Cristina Fernández. Infine una serie di vicende giudiziarie che hanno toccato molto da vicino la ex presidente e alcuni importanti esponenti della sua squadra di gestione del Paese. Responsabilità di Hezbollah e dell’Iran, accordi economici tra Buenos Aires e Teheran che avrebbero portato a una sorta di tabula rasa sull’accertamento dei fatti.



 

Ed è per questo che i vertici dell’Amia oggi hanno ribadito il loro bisogno di verità, esigendo “azioni concrete” da parte del governo di oggi, affermando che l’assenza di verità sulla morte di Nisman è conseguenza diretta della “impunità di criminali stranieri”. “La morte di Nisman è indubbiamente legata alla sua indagine sull’attentato”, ha ribadito Agustín Zbar, attuale presidente dell’entità ebraica. Mauricio Macri – via twitter – assicura “l’impegno a lottare contro il terrorismo e lavorare per raggiungere la verità affinché si faccia giustizia”. L’affondo di Zbar è stato più che circostanziato: un’accusa vera e propria al governo di Cfk “di porre fine alle indagini sul piano internazionale con il referendum firmato nel 2013 con Teheran”. La tesi di Nisman era la seguente: la Kirchner avrebbe chiesto al suo ministro degli Esteri, Hector Timerman, e ad altri funzionari di attivarsi per trovare forme di immunità per alcune persone di origini iraniane sospettate dell’attentato, sperando in questo modo di migliorare i rapporti diplomatici e commerciali con l’Iran per ottenere forniture di petrolio a prezzi più vantaggiosi e attenuare così i problemi dovuti alla crisi energetica in Argentina. Il piano alla fine non sarebbe stato comunque realizzato, ma le conseguenze politiche e giuridiche rimasero sul campo.


“C’è da dirlo con forza e chiarezza: sappiamo chi decise di compiere l’attentato. Sappiamo che Teheran usò agenti diplomatici in servizio a Buenos Aires per concretizzare l’attacco”, ha ribadito Zbar senza mezzi termini.