Un uomo la cui vita è stata legata all’Argentina per una impresa a quei tempi considerata impossibile, ma che Cesare Maestri riuscì a compiere. il 19 gennaio del 2021 Cesare Maestri, il ‘Ragno delle Dolomiti’ è morto a Tione di Trento. Era nato a Trento il 2 ottobre del 1929. Alpinista, scrittore e anche partigiano e, come ha scritto il figlio sui social, “questa volta Cesare ha firmato il libro di vetta della scalata sulla sua vita.

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Cesare Maestri rimane un maestro, un eroe dell’alpinismo italiano, di quello più coraggioso quando i mezzi non erano certo di massimo confort per chi decideva di lanciarsi in avventure ai limiti dell’umano. “Non esistono montagne impossibili ma solo uomini incapaci di scalarle”, diceva. Di scalate all’attivo ne aveva 3.500 ma forse la più gloriosa riguarda l’Argentina, per la sua estrema difficoltà: il Cerro Torre. Ma questa è stata anche la sua attività più contestata.


Alla fine del 1958, con l’austriaco Toni Egger, la decisione di raggiungere la vetta del Cerro Torre, nella provincia patagonica di Santa Cruz ai confini col Cile. Ci arrivarono il 31 gennaio del 1959: così dichiarò una volta tornato ‘sulla Terra’, ma da solo perché Egger era morto proprio nella fase di discesa. Non pochi furono i dubbi dei colleghi anche perché la macchina fotografica era andata persa con la caduta dell’austriaco.


Anche l’altra celebrità dell’alpinismo, Reinhold Messner, ha sempre messo in dubbio l’impresa di Cesare Maestri, affermando che “nessun alpinista al mondo crede che lui sia salito sul Cerro Torre nel 1959, perché nel 1959 non era possibile percorrere quella via”. Ancora oggi se ne discute tra appassionati di montagna e vette ‘impossibili’.

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Cesare Maestri era tormentato dai dubbi che aumentavano sul suo conto al punto da organizzare una seconda spedizione, nel 1970. Con lui, Ezio Alimonta, Daniele Angeli, Claudio Baldessarri, Carlo Claus e Pietro Vidi. Affrontarono l’allora inviolato spigolo sud-est, portandosi dietro un compressore azionato da un motore a combustione interna per poter attrezzare la parete con chiodi a espansione. Maestri risalì fino quasi alla vetta, attrezzando gli ultimi 350 metri di parete con circa 400 chiodi a pressione.

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Tuttavia, Maestri non arrivò in vetta, fermandosi alla base del fungo di ghiaccio sommitale. Lo motivò spiegando che “il fungo di ghiaccio non fa veramente parte della montagna, e un giorno o l’altro cadrà”. Anche questa impresa fu oggetto di pesanti polemiche, legate soprattutto all’uso di chiodi a espansione per superare la difficoltà. Cesare Maestri, a ogni modo, resta uno dei più celebri e amati alpinisti del nostro paese.

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