Anche Raffaella Carrà, con la sua canzone più famosa e apprezzata (e tuttora cantata) in Argentina finì nella lista nera del regime militare di Jorge Rafael Videla: Hay que venir al Sur. Per la dittatura argentina, suoi come brani di altri cantanti italiani erano considerati “canzoni i cui testi non sono adatti a essere diffusi dai servizi di radiodiffusione”.

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Tra i ‘bannati’, come si direbbe oggi, c’erano brani di Francesco Guccini e Francesco De Gregori, troppo politici, ma anche di Lucio Battisti e Claudio Baglioni, troppo d’amore. Della Carrà non passò alla revisione dei militari il celebre Hay que venir al Sur, versione in spagnolo di Tanti auguri.

Di Raffaella Carrà si imponeva una certa libertà di testi e abbigliamento, troppo ‘spinti’ per l’epoca buia imposta dalla dittatura argentina. Oltre al fatto che, secondo le critiche, traducendolo decenni dopo, veicolava una certa libertà di costumi transgender. Raffaella era un problema per il regime, visto che con l’uscita nel 1978 Hay que venir al Sur non ebbe difficoltà ad affermarsi in Argentina.


La condizione, tuttavia, fu quella di ‘addolcire’ un po’ il testo e il relativo messaggio. “Para hacer bien el amor hay que venir al Sur” dovette essere adattato in “Para enamorarse bien hay que venir al sur”: via l’aspetto ‘fisico’, insomma.

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Jorge Rafael Videla

Inoltre, Videla e i soci del terrorismo di Stato, imposero la ‘correzione’ di un passo che, a loro dire, promuoveva libertà dei costumi sessuali. Così, “lo importante es que lo hagas con quien quieras tú” fu modificato in “es que tú vayas cuando quieras tú”. “Con chi tu voglia” no, troppa libertà di scelta secondo i militari.

Per Raffaella Carrà non fu una prima volta quella argentina, visto che già nei primi anni Settanta i settori più conservatori italiani condannarono il suo ombelico scoperto a Canzonissima. E ancora con Tuca Tuca.

Raffaella Carrà, perché mito anche in Argentina. Simbolo della sintonia tra i due popoli

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